Il confronto sui reward legati alle stablecoin entra nella fase decisiva negli Stati Uniti. Alla vigilia del voto procedurale del Senato sul CLARITY Act, l’American Bankers Association, l’Independent Community Bankers of America e le associazioni bancarie statali hanno chiesto ai leader del Congresso di rafforzare il divieto contro gli incentivi che possono trasformare le stablecoin di pagamento in prodotti simili ai depositi bancari.
La richiesta arriva mentre il Senato si prepara a valutare se avviare formalmente il dibattito sul Digital Asset Market Clarity Act. Non si tratta ancora del voto finale sulla legge, ma di un passaggio procedurale necessario per portare il provvedimento all’esame dell’Aula. Il risultato potrebbe quindi determinare la velocità con cui gli Stati Uniti procederanno verso un quadro federale per il mercato crypto e, in particolare, verso una definizione più precisa dei confini tra pagamenti digitali, attività bancaria e servizi finanziari basati su blockchain.
La richiesta del settore bancario
In una lettera inviata il 14 settembre ai leader del Senato, le associazioni bancarie hanno sostenuto che il testo attuale del CLARITY Act lasci ancora spazio a programmi di reward capaci di replicare economicamente un interesse sul saldo detenuto in stablecoin. Il problema, secondo il comparto, non riguarda necessariamente i premi collegati a un pagamento o a un’attività concreta, ma gli incentivi determinati soprattutto dall’ammontare o dalla permanenza del saldo.
La distinzione è centrale. Il disegno di legge intende vietare gli interessi o i rendimenti passivi sulle payment stablecoin, lasciando invece la possibilità di riconoscere ricompense legate a transazioni e attività effettivamente svolte dall’utente. Le banche temono però che una formulazione troppo ampia consenta di classificare come “reward” pagamenti che, nella sostanza, remunerano semplicemente la detenzione di una stablecoin.
La richiesta è quindi di modificare il testo prima che il provvedimento inizi il percorso legislativo. Le associazioni sostengono che il divieto dovrebbe colpire non soltanto gli interessi espliciti, ma anche gli incentivi che funzionano come interessi, indipendentemente dal nome commerciale utilizzato dall’emittente, dall’exchange o dalla piattaforma digitale.
Il timore della fuga dei depositi
La motivazione principale addotta dal settore bancario è il rischio di una riallocazione dei depositi. Le banche utilizzano i depositi della clientela come base di finanziamento per prestiti a famiglie, imprese, agricoltori e amministrazioni locali. Se una parte significativa della liquidità si spostasse verso stablecoin accompagnate da reward, gli istituti tradizionali potrebbero perdere una fonte di raccolta essenziale.
Secondo le associazioni, il rischio sarebbe particolarmente rilevante per le banche di comunità, che dipendono dai depositi locali per erogare mutui, finanziamenti alle piccole imprese e credito agricolo. La tesi del comparto è che una stablecoin nata come strumento di pagamento non dovrebbe poter competere direttamente con un conto deposito offrendo un ritorno economico sulla liquidità inattiva.
Le organizzazioni bancarie contestano anche la diversa struttura economica dei reward offerti dalle piattaforme crypto. Una banca remunera i depositi all’interno di un modello sottoposto a requisiti patrimoniali, regole di liquidità, controlli prudenziali e vincoli sull’attività creditizia. Un exchange o un altro intermediario digitale, invece, può finanziare i premi attraverso accordi commerciali, commissioni o intese di distribuzione con l’emittente della stablecoin.
Da qui nasce la richiesta di una regola più netta: secondo le banche, il fatto che un pagamento venga presentato come incentivo promozionale o premio commerciale non dovrebbe essere sufficiente a escluderlo dal divieto se il suo effetto economico è quello di remunerare la detenzione del saldo.
Il compromesso previsto dal CLARITY Act
Il testo discusso in Senato prova a tracciare una linea tra rendimento passivo e ricompensa per l’utilizzo. La prima categoria dovrebbe restare vietata per le payment stablecoin, mentre la seconda potrebbe essere consentita quando il premio è realmente connesso a un pagamento, a una transazione o a un’attività specifica.
Questa impostazione mira a preservare l’uso delle stablecoin come infrastruttura per pagamenti, trasferimenti e regolamento on-chain senza impedire alle piattaforme di incentivare l’adozione dei propri servizi. Il punto controverso è stabilire quanto debba essere stretto il collegamento tra l’attività dell’utente e il premio ricevuto.
Il testo prevede inoltre un meccanismo di intervento nel caso in cui la crescita delle stablecoin provochi una fuoriuscita rilevante di depositi dal sistema bancario. Le associazioni del settore considerano però insufficiente un meccanismo che si attivi soltanto dopo che il fenomeno ha già raggiunto dimensioni significative. La loro posizione è che il rischio debba essere limitato a monte, con un divieto più preciso degli incentivi assimilabili agli interessi.
Perché la disputa conta per il mercato crypto
La discussione non riguarda soltanto una formulazione legislativa. I reward sulle stablecoin sono diventati uno degli strumenti con cui exchange, wallet e piattaforme finanziarie cercano di trattenere la liquidità degli utenti. Un divieto esteso potrebbe ridurre l’attrattiva dei programmi che riconoscono premi sui saldi, mentre una disciplina più permissiva potrebbe accelerare la concorrenza tra piattaforme crypto e banche per la liquidità a breve termine.
Per gli emittenti di stablecoin, la questione incide anche sul modello di distribuzione. Le società che emettono token ancorati al dollaro ottengono generalmente ricavi dalle riserve che sostengono la circolazione delle monete. La possibilità di condividere parte del valore economico con exchange e utenti può favorire la crescita della base in circolazione, ma aumenta anche il rischio che la stablecoin venga percepita come un prodotto di risparmio anziché come uno strumento di pagamento.
Per gli investitori e per gli operatori istituzionali, il voto rappresenta quindi un test sulla direzione della regolamentazione statunitense. Un testo più severo sui reward rafforzerebbe la separazione tra stablecoin e depositi bancari, ma potrebbe limitare alcuni modelli di business già sviluppati dalle piattaforme crypto. Un compromesso più flessibile lascerebbe maggiore spazio all’innovazione, mantenendo però aperto il confronto sul possibile impatto sulla raccolta bancaria.
Il voto non chiuderà la partita
Anche in caso di esito positivo del passaggio procedurale, il CLARITY Act dovrà ancora affrontare il dibattito, gli eventuali emendamenti e il voto sul testo. Le differenze tra Senato e Camera richiederebbero inoltre un ulteriore coordinamento prima di un’eventuale approvazione definitiva.
La pressione esercitata dalle banche mostra però che la regolamentazione delle stablecoin è ormai uno dei nodi centrali della politica finanziaria americana. La questione non è più soltanto come garantire la stabilità del valore dei token o la qualità delle riserve. Il confronto si è spostato sul ruolo che le stablecoin possono avere nella raccolta della liquidità, nei pagamenti e nella distribuzione del credito.
Il risultato della trattativa stabilirà quanto spazio resterà negli Stati Uniti per i reward sulle stablecoin e, più in generale, se le nuove forme di denaro digitale potranno competere con i depositi bancari anche sul terreno della remunerazione.


