Il provvedimento punta a stabilire finalmente quali criptovalute debbano essere considerate titoli finanziari e quali commodity, dividendo le competenze tra SEC e CFTC. Il testo ha già superato la Camera, ma al Senato restano aperti nodi politici, regolamentari ed etici. Per exchange, emittenti e investitori potrebbe essere la riforma più importante nella storia del mercato crypto statunitense.
Negli Stati Uniti il futuro della regolamentazione delle criptovalute si gioca attorno a una domanda apparentemente semplice: chi deve controllare il mercato crypto?
Per anni la risposta è rimasta incerta. La Securities and Exchange Commission, la SEC, ha sostenuto che numerosi token dovessero essere trattati come strumenti finanziari soggetti alle norme sui titoli. La Commodity Futures Trading Commission, la CFTC, ha invece rivendicato un ruolo centrale per gli asset digitali assimilabili alle commodity, a partire da Bitcoin.
Il risultato è stato un sistema frammentato, nel quale le imprese del settore hanno spesso scoperto il confine tra attività consentita e violazione normativa soltanto dopo l’apertura di un’indagine o di una causa.
Il Digital Asset Market Clarity Act, conosciuto come CLARITY Act, nasce con l’obiettivo di superare questa situazione. Il provvedimento vuole costruire un quadro federale organico per il mercato degli asset digitali, definendo categorie, autorità competenti, requisiti di registrazione e regole di condotta.
Il testo approvato dalla Camera dei rappresentanti nel luglio 2025 con 294 voti favorevoli e 134 contrari ha rappresentato uno dei più ampi segnali bipartisan mai registrati negli Stati Uniti su una normativa crypto. Nel 2026, tuttavia, la discussione al Senato ha prodotto modifiche, compromessi e nuovi ostacoli, tanto che il destino definitivo della riforma rimane ancora incerto. (financialservices.house.gov)
È quindi importante chiarire un punto: il CLARITY Act non è ancora una legge federale definitivamente entrata in vigore. È un progetto legislativo avanzato, ma deve completare l’iter parlamentare, superare le differenze tra Camera e Senato ed essere firmato dal presidente.
Che cos’è il CLARITY Act
Il nome completo del provvedimento è Digital Asset Market Clarity Act. La versione originaria, identificata alla Camera come H.R. 3633, è stata presentata nel maggio 2025 con il sostegno congiunto delle commissioni per i Servizi finanziari e per l’Agricoltura.
Il suo obiettivo principale è creare una struttura di mercato specifica per le criptovalute, invece di continuare ad applicare in modo incerto norme concepite negli anni Trenta per azioni, obbligazioni e intermediari finanziari tradizionali.
Il testo prevede definizioni coordinate all’interno del Securities Act, del Securities Exchange Act e del Commodity Exchange Act. Affida inoltre a SEC e CFTC numerosi interventi regolamentari, alcuni dei quali congiunti, per definire le modalità di classificazione, negoziazione e custodia degli asset digitali. (financialservices.house.gov)
In termini concreti, il CLARITY Act cerca di rispondere a quattro domande fondamentali:
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Quando un token è un titolo finanziario?
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Quando un token può essere considerato una commodity digitale?
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Quale autorità deve controllarne la negoziazione?
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Quali obblighi devono rispettare exchange, broker, dealer ed emittenti?
Sono questioni tecniche, ma hanno conseguenze dirette sul valore dei token, sulla possibilità di quotarli negli exchange e sulla sopravvivenza stessa di molte aziende crypto.
Il problema centrale: security oppure commodity?
La distinzione tra security e commodity è il cuore della riforma.
Negli Stati Uniti, se un asset è classificato come security, la sua emissione e negoziazione ricadono generalmente sotto la supervisione della SEC. Ciò comporta obblighi di registrazione, informativa, trasparenza e protezione degli investitori paragonabili a quelli applicati ai mercati azionari.
Se invece l’asset viene considerato una commodity, la supervisione ricade principalmente sulla CFTC, soprattutto per quanto riguarda gli intermediari e i mercati spot regolamentati secondo il nuovo quadro.
Bitcoin è generalmente considerato una commodity. La situazione è molto meno chiara per migliaia di altri token, soprattutto quando sono stati inizialmente venduti per finanziare lo sviluppo di un progetto.
La SEC ha spesso fatto riferimento al cosiddetto Howey Test, derivato da una sentenza della Corte Suprema del 1946. In estrema sintesi, un investimento può essere considerato un contratto di investimento quando prevede l’impiego di denaro in un’impresa comune, con aspettativa di profitto derivante principalmente dagli sforzi di altri soggetti.
Applicare questo criterio alle blockchain, tuttavia, è complesso. Un token può essere inizialmente distribuito da una società o da un gruppo ristretto, ma successivamente circolare su una rete decentralizzata che non dipende più da un unico promotore.
Il CLARITY Act tenta di separare maggiormente il modo in cui un token viene inizialmente distribuito dalla natura che l’asset può assumere successivamente sul mercato.
Questo punto è decisivo. L’idea di fondo è che un token non debba necessariamente rimanere per sempre un titolo finanziario soltanto perché la sua vendita iniziale aveva caratteristiche assimilabili a un’offerta di investimento.
Maggiore potere alla CFTC
Uno degli effetti più rilevanti del CLARITY Act sarebbe l’ampliamento delle competenze della CFTC.
La Commissione avrebbe un ruolo centrale nella supervisione degli exchange che negoziano commodity digitali, dei broker e dei dealer attivi in questo settore. Il testo della Camera prevede anche procedure accelerate di registrazione per questi operatori, con l’obiettivo di evitare che l’entrata in vigore della riforma blocchi il mercato durante la fase di transizione. (financialservices.house.gov)
Per il settore crypto questa redistribuzione delle competenze è particolarmente importante.
La SEC è tradizionalmente percepita come un’autorità orientata alla disciplina degli emittenti e alla protezione degli investitori nei mercati dei capitali. La CFTC dispone invece di un’impostazione maggiormente legata alla supervisione dei mercati, degli intermediari e delle commodity.
Molte aziende crypto sostengono che la CFTC sia l’autorità più adatta a regolare la negoziazione di token decentralizzati che non rappresentano partecipazioni societarie, crediti o diritti agli utili di un’impresa.
I critici temono però che affidare una parte così ampia del mercato alla CFTC possa ridurre il livello di protezione garantito agli investitori. La CFTC dispone inoltre di risorse e personale inferiori rispetto alla SEC, e potrebbe dover affrontare un’espansione molto rapida delle proprie responsabilità.
Una riforma di questa portata richiederebbe quindi non soltanto nuove competenze giuridiche, ma anche finanziamenti, personale specializzato e sistemi tecnologici adeguati.
Cosa cambierebbe per gli exchange
Per piattaforme come Coinbase, Kraken e Crypto.com, la conseguenza più importante sarebbe la possibilità di operare all’interno di un sistema di registrazione costruito specificamente per gli asset digitali.
Oggi un exchange crypto statunitense può trovarsi davanti a un problema quasi irrisolvibile: per registrarsi come borsa valori dovrebbe rispettare regole progettate per titoli e intermediari tradizionali, ma molti aspetti del suo modello operativo non corrispondono a quelle strutture.
Custodia, regolamento delle transazioni, gestione dei wallet, staking e negoziazione continua 24 ore su 24 non rientrano facilmente nei modelli classici.
Il CLARITY Act introdurrebbe categorie specifiche per:
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exchange di commodity digitali;
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broker di asset digitali;
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dealer;
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intermediari registrati;
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sistemi di custodia;
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piattaforme che operano con più tipologie di asset.
Questo non significa deregolamentare il mercato. Al contrario, gli operatori dovrebbero rispettare requisiti in materia di capitale, segregazione delle attività dei clienti, conflitti di interesse, registrazione delle transazioni, trasparenza e prevenzione degli abusi.
La differenza sarebbe nella prevedibilità.
Un exchange potrebbe conoscere in anticipo gli standard da rispettare, invece di dover interpretare orientamenti amministrativi o attendere l’esito di una controversia giudiziaria.
Il superamento della “regulation by enforcement”
L’industria crypto americana accusa da tempo la SEC di aver applicato una strategia definita regulation by enforcement, cioè regolamentazione attraverso le azioni sanzionatorie.
Secondo questa critica, l’autorità non avrebbe fornito regole sufficientemente chiare prima di avviare procedimenti contro exchange ed emittenti.
Dal punto di vista della SEC, invece, molte norme erano già applicabili e le aziende avrebbero semplicemente evitato di registrarsi.
Il conflitto ha prodotto anni di cause, costi legali e incertezza. Alcuni token sono stati rimossi dalle piattaforme statunitensi; diverse società hanno limitato i propri servizi o valutato di trasferire parte delle attività all’estero.
Il presidente della SEC Paul Atkins ha dichiarato nel febbraio 2026 di sostenere gli sforzi del Congresso per approvare il CLARITY Act, definendo ormai necessario un quadro federale per i mercati crypto. Ha inoltre affermato che la Commissione sarebbe pronta ad attuare la normativa dopo l’eventuale approvazione. (SEC)
Il significato politico è rilevante: la stessa SEC riconosce che la sola attività regolamentare dell’autorità non è sufficiente a garantire una disciplina stabile e resistente ai futuri cambi di amministrazione.
Una legge del Congresso avrebbe infatti una forza maggiore rispetto a linee guida, interpretazioni o decisioni interne di un’autorità.
Le nuove regole per l’emissione dei token
Il CLARITY Act non riguarda soltanto gli exchange. Uno dei suoi punti più importanti è la definizione di percorsi più chiari per la raccolta di capitale attraverso la vendita di token.
Molti progetti blockchain hanno finanziato lo sviluppo iniziale attraverso offerte di token. In diversi casi la SEC ha ritenuto che tali operazioni fossero offerte non registrate di titoli.
La riforma potrebbe consentire ad alcune società di distribuire token entro limiti e condizioni precise, imponendo obblighi informativi e restrizioni senza necessariamente richiedere l’intero percorso previsto per una tradizionale quotazione azionaria.
Il principio è riconoscere che un progetto blockchain può avere bisogno di capitale nella fase iniziale, ma che il token distribuito può acquisire nel tempo un’utilità autonoma all’interno di una rete.
Questa impostazione potrebbe favorire nuove iniziative negli Stati Uniti. Potrebbe però anche creare aree di rischio, soprattutto se le esenzioni fossero utilizzate per raccogliere denaro presso il pubblico senza offrire sufficienti garanzie.
La questione essenziale sarà quindi stabilire quali informazioni debbano essere pubblicate, quali limiti di raccolta debbano essere previsti e quando una rete possa essere considerata sufficientemente decentralizzata.
La decentralizzazione diventa un criterio giuridico
Nel settore crypto la decentralizzazione è spesso presentata come una caratteristica tecnologica. Con il CLARITY Act potrebbe diventare anche un elemento determinante sul piano giuridico.
Una rete fortemente controllata da un’unica società o da un gruppo ristretto presenta caratteristiche diverse rispetto a una blockchain nella quale validazione, governance e sviluppo sono distribuiti tra numerosi partecipanti indipendenti.
Il problema è che la decentralizzazione non è una condizione binaria. Non esiste soltanto una rete totalmente centralizzata o completamente decentralizzata.
Occorre valutare:
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la concentrazione dei token;
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il controllo sul codice;
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la capacità di modificare il protocollo;
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la dipendenza da un gruppo di sviluppatori;
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la governance;
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la distribuzione dei validatori;
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la presenza di accordi tra soggetti formalmente distinti;
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il ruolo della fondazione o società promotrice.
Una definizione troppo rigida potrebbe penalizzare reti realmente distribuite. Una definizione troppo permissiva consentirebbe invece a società centralizzate di presentarsi come protocolli decentralizzati per sfuggire alla supervisione della SEC.
Per questo motivo l’applicazione concreta della legge dipenderebbe in larga parte dalle regole successive adottate dalle autorità.
Il nodo delle stablecoin e degli interessi
La versione discussa al Senato nel 2026 ha introdotto un tema particolarmente controverso: i rendimenti riconosciuti agli utenti sulle stablecoin.
La proposta mira a impedire che gli operatori crypto paghino interessi semplicemente per il possesso di stablecoin, quando il prodotto assomiglia di fatto a un deposito bancario. Resterebbero invece possibili determinate ricompense legate ad attività transazionali o all’utilizzo effettivo della stablecoin. (Reuters)
La distinzione è importante perché le stablecoin potrebbero diventare concorrenti dirette dei depositi bancari.
Un utente potrebbe trasferire denaro dal conto corrente a una piattaforma crypto, acquistare stablecoin e ricevere un rendimento. Se questo fenomeno assumesse grandi dimensioni, le banche potrebbero perdere una parte della raccolta utilizzata per finanziare prestiti a famiglie e imprese.
Le associazioni bancarie sostengono che ricompense troppo generose possano incentivare la fuga dei depositi e produrre rischi per la stabilità finanziaria.
Le aziende crypto replicano che vietare i rendimenti limiterebbe la concorrenza e proteggerebbe le banche tradizionali da prodotti potenzialmente più efficienti.
La questione mostra come il CLARITY Act non sia soltanto una legge sulle criptovalute. È anche una battaglia sulla futura distribuzione del risparmio, dei pagamenti e dei servizi finanziari.
Più protezione per gli utenti
I sostenitori del provvedimento sottolineano che la riforma introdurrebbe tutele più chiare per i clienti degli operatori crypto.
Tra gli obiettivi dichiarati figurano:
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separazione tra attività dei clienti e patrimonio dell’intermediario;
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regole sulla custodia;
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obblighi di trasparenza;
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gestione dei conflitti di interesse;
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prevenzione della manipolazione del mercato;
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requisiti per broker ed exchange;
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coordinamento tra SEC e CFTC.
Questi aspetti assumono particolare importanza dopo il fallimento di numerose piattaforme che avevano utilizzato le attività dei clienti per finanziare operazioni proprie.
La registrazione non eliminerebbe il rischio di insolvenza o frode, ma permetterebbe alle autorità di imporre controlli più uniformi.
Il punto più delicato riguarda il livello effettivo delle tutele. I critici sostengono che classificare molti token come commodity potrebbe privare gli investitori di informazioni che sarebbero invece richieste nel mercato dei titoli.
Un token può essere tecnicamente decentralizzato, ma il suo valore può dipendere ancora dalle decisioni di sviluppatori, fondazioni e grandi detentori.
La vera sfida sarà quindi evitare che la chiarezza normativa si trasformi in un abbassamento degli standard.
Perché Coinbase considera il testo decisivo
Coinbase è stata una delle società che più hanno sostenuto la necessità di una legge sulla struttura del mercato crypto.
L’exchange statunitense ritiene che l’assenza di regole federali chiare abbia frenato l’innovazione e favorito giurisdizioni estere.
Per Coinbase, il CLARITY Act potrebbe offrire tre vantaggi principali.
Il primo è la riduzione del rischio legale sui token negoziati.
Il secondo è la possibilità di ampliare i servizi senza temere che una nuova attività venga successivamente considerata incompatibile con le norme sui titoli.
Il terzo è il rafforzamento della posizione degli operatori statunitensi rispetto agli exchange offshore.
Il sostegno dell’industria, tuttavia, non è incondizionato. Nel gennaio 2026 il CEO Brian Armstrong aveva dichiarato che Coinbase non avrebbe appoggiato una versione del testo ritenuta dannosa, in particolare per le restrizioni sui rendimenti delle stablecoin e altri aspetti ancora oggetto di negoziazione. (Reuters)
Questo dimostra quanto il percorso legislativo sia complesso. La stessa industria che chiede regole più chiare può opporsi quando le regole incidono su prodotti economicamente importanti.
Le conseguenze per Bitcoin
Bitcoin potrebbe essere uno dei beneficiari indiretti della riforma, pur essendo già generalmente considerato una commodity.
Una legge federale consoliderebbe questa impostazione e renderebbe più chiaro il quadro per:
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exchange spot;
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custodia istituzionale;
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intermediari;
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derivati;
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investitori professionali;
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integrazione con banche e società finanziarie.
La maggiore certezza potrebbe ridurre il cosiddetto premio per il rischio regolamentare incorporato nel mercato statunitense.
Bitcoin non dipenderebbe più soltanto dalle interpretazioni delle singole amministrazioni o dalle dichiarazioni dei vertici delle autorità.
L’effetto sul prezzo, tuttavia, non sarebbe automatico. Il valore di Bitcoin continuerebbe a dipendere da liquidità globale, tassi di interesse, afflussi negli ETF, domanda istituzionale e condizioni macroeconomiche.
La legge potrebbe migliorare l’infrastruttura e la fiducia, ma non eliminerebbe la volatilità.
Quali altcoin potrebbero beneficiare maggiormente
Le conseguenze potenzialmente più importanti riguardano Ethereum e le altre criptovalute la cui classificazione è stata oggetto di discussione.
I token associati a reti sufficientemente decentralizzate potrebbero ottenere un percorso più chiaro verso la qualificazione come commodity digitali.
Ciò potrebbe facilitare:
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la quotazione sugli exchange statunitensi;
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la custodia da parte di intermediari regolamentati;
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lo sviluppo di prodotti istituzionali;
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l’eventuale approvazione di ETF;
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l’utilizzo come garanzia;
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l’integrazione nei mercati finanziari.
Al contrario, i progetti fortemente controllati da un emittente, nei quali gli investitori dipendono dall’attività di un gruppo centrale, potrebbero continuare a ricadere sotto la disciplina dei titoli.
La riforma non trasformerebbe quindi automaticamente ogni altcoin in una commodity.
Potrebbe anzi produrre una selezione più netta tra protocolli decentralizzati e token assimilabili a strumenti di investimento societario.
Un possibile incentivo alla quotazione di nuovi token
Negli ultimi anni molti exchange americani hanno adottato politiche prudenti sulle nuove quotazioni. Il timore era che un token potesse essere successivamente indicato dalla SEC come security non registrata.
Questa incertezza ha favorito le piattaforme estere, spesso disposte a quotare un numero molto maggiore di criptovalute.
Con criteri più chiari, gli exchange statunitensi potrebbero ampliare l’offerta.
Ciò aumenterebbe la liquidità per alcuni token, ma potrebbe anche incentivare una nuova ondata di emissioni speculative.
Le regole di classificazione dovrebbero quindi essere accompagnate da controlli efficaci sulla qualità delle informazioni, sulla manipolazione dei prezzi e sui rapporti tra piattaforme ed emittenti.
Una maggiore quantità di token negoziabili non coincide necessariamente con una maggiore qualità del mercato.
Il vantaggio competitivo per gli Stati Uniti
Uno degli argomenti principali dei sostenitori del CLARITY Act riguarda la competitività internazionale.
L’Unione europea ha già adottato il regolamento MiCA, creando un quadro armonizzato per emittenti e fornitori di servizi crypto. Altre giurisdizioni, come Singapore, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito, hanno sviluppato o stanno sviluppando regimi specifici.
Gli Stati Uniti dispongono del mercato dei capitali più importante al mondo, ma hanno proceduto più lentamente nella costruzione di una disciplina organica.
L’assenza di regole federali potrebbe spingere imprese, sviluppatori e capitali verso altri Paesi.
Il CLARITY Act mira quindi anche a riaffermare il ruolo americano nella finanza digitale.
La posta in gioco non riguarda soltanto il trading di criptovalute. Comprende stablecoin, tokenizzazione di azioni e obbligazioni, sistemi di pagamento, custodia, mercati decentralizzati e infrastrutture blockchain.
Una normativa chiara potrebbe attirare investimenti. Una normativa troppo favorevole all’industria potrebbe però esportare rischi al resto del sistema finanziario.
I principali rischi della riforma
Il CLARITY Act viene presentato come una soluzione all’incertezza, ma non è privo di criticità.
Una classificazione troppo favorevole alle crypto
Il primo rischio è che numerosi token vengano sottratti troppo facilmente alla disciplina sui titoli.
La normativa SEC richiede agli emittenti di fornire informazioni dettagliate sulle attività, sui rischi e sulla situazione economica. Se un token venisse considerato commodity senza obblighi equivalenti, gli investitori potrebbero ricevere meno informazioni.
Il problema della falsa decentralizzazione
Società e fondazioni potrebbero strutturare formalmente i progetti in modo da apparire decentralizzati, mantenendo però un controllo sostanziale sulla rete.
Le risorse della CFTC
L’autorità dovrebbe sorvegliare un mercato vastissimo e operativo continuamente. Senza risorse adeguate, la supervisione rischierebbe di rimanere teorica.
I conflitti tra autorità
Anche con una nuova legge, alcuni asset potrebbero mantenere caratteristiche ibride. Le controversie tra SEC e CFTC potrebbero diminuire, ma non sparire del tutto.
La rapidità dell’innovazione
La tecnologia potrebbe evolversi più velocemente delle definizioni legislative. DeFi, tokenizzazione, staking e nuove forme di governance potrebbero produrre casi non previsti dal testo.
Le critiche politiche e il conflitto di interessi
Nel 2026 il percorso del provvedimento è diventato più difficile anche per ragioni politiche.
Alcuni senatori democratici hanno chiesto maggiori garanzie in materia di antiriciclaggio, protezione degli investitori ed etica pubblica.
Una parte del confronto riguarda gli interessi crypto del presidente Donald Trump e della sua famiglia. Alcuni esponenti democratici chiedono una norma che impedisca ai principali funzionari governativi di detenere o promuovere investimenti nel settore mentre esercitano poteri sulla regolamentazione.
Il tema è diventato uno degli ostacoli più rilevanti alla costruzione di una maggioranza bipartisan al Senato.
Per superare un eventuale ostruzionismo, il provvedimento avrebbe bisogno di almeno 60 voti, e quindi anche del sostegno di alcuni democratici. Le stime riportate a metà luglio 2026 indicavano probabilità di approvazione ancora limitate e negoziati in corso. (Barron's)
Il problema non riguarda soltanto il contenuto tecnico della legge. Riguarda la fiducia nel processo attraverso il quale viene approvata.
Una normativa percepita come favorevole agli interessi finanziari di esponenti politici rischierebbe di perdere legittimità, anche se alcune disposizioni fossero valide sul piano economico.
Il percorso parlamentare
La Camera ha approvato la propria versione del CLARITY Act nel luglio 2025.
Nel maggio 2026 la commissione bancaria del Senato ha fatto avanzare il testo con il sostegno dei repubblicani e di alcuni democratici. I voti favorevoli bipartisan hanno rappresentato un passaggio importante, ma gli stessi senatori democratici coinvolti hanno precisato che il loro appoggio in commissione non garantiva un voto favorevole definitivo in aula. (Reuters)
Restano inoltre da risolvere le differenze tra:
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la versione della Camera;
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il testo della commissione bancaria del Senato;
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le disposizioni di competenza della commissione Agricoltura;
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gli eventuali emendamenti approvati in aula.
Se il Senato approvasse un testo diverso da quello della Camera, le due versioni dovrebbero essere riconciliate. Il testo risultante dovrebbe poi ricevere nuovamente l’approvazione di entrambe le camere.
Solo a quel punto potrebbe arrivare alla firma del presidente.
Perché il mercato segue la legge con tanta attenzione
Il CLARITY Act potrebbe incidere direttamente sulla valutazione di exchange, società crypto e token.
Una normativa favorevole potrebbe:
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ridurre i costi legali;
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facilitare nuove quotazioni;
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attirare capitali istituzionali;
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aumentare fusioni e acquisizioni;
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favorire nuovi ETF;
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rendere più semplice il rapporto con le banche;
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riportare negli Stati Uniti attività trasferite all’estero.
Una bocciatura o un rinvio prolungato manterrebbe invece una parte dell’incertezza.
Il mercato, tuttavia, non reagisce soltanto alla probabilità di approvazione. Valuta anche la qualità della versione finale.
Una legge molto restrittiva sulle stablecoin o sui modelli di rendimento potrebbe penalizzare alcuni operatori. Una legge eccessivamente permissiva potrebbe aumentare il rischio di crisi future e provocare una reazione politica successiva.
Per questo motivo non esiste un unico scenario semplicemente “positivo” per le crypto.
Il confronto con MiCA in Europa
Il CLARITY Act e il regolamento europeo MiCA affrontano problemi simili, ma con approcci differenti.
MiCA costruisce un sistema organico per emittenti di crypto-asset, stablecoin e fornitori di servizi. Il CLARITY Act concentra invece molta attenzione sulla distinzione tra security e commodity e sulla distribuzione delle competenze tra SEC e CFTC.
L’Europa ha privilegiato l’armonizzazione preventiva.
Gli Stati Uniti stanno cercando di risolvere un conflitto istituzionale radicato nel proprio ordinamento finanziario.
Per le aziende internazionali, la coesistenza dei due modelli potrebbe produrre nuove complessità. Un token potrebbe ricevere un determinato trattamento nell’Unione europea e uno diverso negli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, una normativa americana chiara potrebbe favorire una maggiore convergenza globale.
Cosa potrebbe accadere dopo l’approvazione
Anche se il CLARITY Act diventasse legge, le nuove regole non diventerebbero tutte operative immediatamente.
SEC e CFTC dovrebbero avviare numerosi procedimenti regolamentari per stabilire:
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criteri di classificazione;
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modalità di registrazione;
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requisiti patrimoniali;
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standard di custodia;
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obblighi informativi;
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gestione dei conflitti;
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norme transitorie;
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sistemi di sorveglianza.
Il testo della Camera prevede esplicitamente diversi regolamenti congiunti e procedure accelerate per la registrazione degli operatori. (financialservices.house.gov)
Potrebbero essere necessari mesi o anni prima di arrivare a un sistema pienamente operativo.
Nel frattempo, le aziende dovrebbero adattare strutture societarie, contratti, sistemi informatici e procedure di conformità.
La legge non rappresenterebbe quindi la fine della discussione regolamentare, ma l’inizio di una nuova fase.
Conclusioni
Il CLARITY Act potrebbe cambiare il mercato crypto perché affronta il problema che da anni blocca l’industria statunitense: l’assenza di una distinzione prevedibile tra titoli finanziari e commodity digitali.
La riforma attribuirebbe maggiori competenze alla CFTC, introdurrebbe percorsi di registrazione specifici per exchange e intermediari e definirebbe nuove regole per la distribuzione e la negoziazione dei token.
Per le aziende significherebbe una maggiore certezza giuridica. Per gli investitori potrebbe tradursi in mercati più regolamentati, ma anche in livelli di protezione differenti rispetto alla disciplina tradizionale sui titoli.
Il risultato dipenderà dal testo definitivo.
Una buona legge potrebbe ridurre le controversie, favorire l’innovazione e integrare gli asset digitali nel sistema finanziario americano.
Una legge incompleta o eccessivamente influenzata dagli interessi dell’industria potrebbe invece creare nuove zone grigie e trasferire rischi dal mercato crypto alla finanza tradizionale.
Il CLARITY Act non stabilirà soltanto chi controllerà gli exchange o quali token potranno essere quotati. Contribuirà a decidere se gli Stati Uniti considereranno le criptovalute un settore separato da contenere oppure una nuova infrastruttura da incorporare nei propri mercati finanziari.
Ed è proprio per questo che la sua approvazione, modifica o bocciatura potrebbe rappresentare uno dei passaggi più importanti nella storia della regolamentazione crypto.


