AUSTRAC alza il livello dei controlli sugli operatori che muovono denaro attraverso confini e infrastrutture digitali. L’autorità australiana responsabile della lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo ha comunicato il 7 settembre 2026 di aver cancellato, sospeso o rifiutato il rinnovo delle registrazioni di 45 imprese attive nei servizi di rimessa e nel settore dei virtual asset service provider, i cosiddetti VASP, nell’arco degli ultimi dodici mesi.
Il dato non riguarda esclusivamente società crypto, perché comprende categorie diverse di operatori sottoposti alla supervisione di AUSTRAC. Rappresenta però un segnale rilevante per il mercato degli asset digitali: l’autorità sta utilizzando i poteri di registrazione come uno strumento diretto per escludere dal sistema soggetti privi di adeguata capacità operativa, inattivi oppure considerati esposti a rischi significativi di riciclaggio, finanziamento del terrorismo o altri reati finanziari.
La registrazione diventa un requisito sostanziale
Secondo AUSTRAC, i provvedimenti hanno riguardato imprese che non avevano la struttura necessaria per iniziare o proseguire l’attività, risultavano dormienti o inattive, non fornivano servizi designati da periodi prolungati, erano insolventi oppure non disponevano della registrazione appropriata. In altri casi, l’autorità ha contestato la mancata comunicazione di modifiche rilevanti oppure ha rilevato un livello significativo di rischio in materia di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.
Il messaggio rivolto al settore è netto: l’iscrizione nei registri non viene considerata una formalità amministrativa. Per continuare a operare è necessario dimostrare di possedere controlli interni, procedure di gestione del rischio e sistemi di reporting adeguati alle attività svolte. La perdita della registrazione, inoltre, impedisce all’impresa di continuare legalmente a fornire i servizi regolamentati in Australia.
Il responsabile di AUSTRAC, Brendan Thomas, ha collegato la stretta alla natura transfrontaliera dei flussi finanziari. La rapidità con cui il denaro può attraversare giurisdizioni diverse, secondo l’autorità, crea alcuni dei rischi più elevati per il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Per questo motivo, i controlli non si limitano alla verifica formale dei documenti societari, ma considerano anche la capacità concreta dell’operatore di identificare i clienti, monitorare le transazioni e segnalare le attività sospette.
Il caso GetCoins e il ruolo delle truffe crypto
Tra gli interventi citati da AUSTRAC c’è quello nei confronti di BA Digital Ventures, società che operava con il nome GetCoins. L’autorità ha spiegato di aver lavorato insieme al National Anti-Scam Centre dopo aver ricevuto reclami da parte dei clienti e di aver richiesto informazioni sull’organizzazione e sulla capacità del VASP di gestire i propri rischi di riciclaggio.
AUSTRAC ha descritto GetCoins come un operatore che sarebbe stato sfruttato da organizzazioni coinvolte in truffe di investimento in criptovalute. La cancellazione della registrazione è stata presentata dall’autorità come un intervento destinato a interrompere, o almeno a ostacolare, l’attività di gruppi organizzati che utilizzano piattaforme e servizi crypto per raccogliere e spostare fondi sottratti alle vittime.
La formulazione dell’autorità richiede una distinzione importante. AUSTRAC non ha sostenuto che ogni operazione eseguita attraverso il VASP fosse illecita, né ha qualificato tutti i clienti della piattaforma come partecipanti a un’attività criminale. Il punto regolamentare riguarda invece la capacità del soggetto registrato di prevenire l’utilizzo della propria infrastruttura per finalità fraudolente e di rispondere adeguatamente alle richieste dell’autorità.
Crypto ATM e servizi di pagamento sotto osservazione
La comunicazione del 7 settembre si inserisce in una serie più ampia di iniziative avviate da AUSTRAC nei comparti dei pagamenti, delle rimesse e degli asset virtuali. L’autorità ha ricordato l’avvio di un’indagine su Western Union e l’azione per sospendere la rete di crypto ATM gestita da Cryptolink.
Il riferimento ai bancomat per criptovalute è particolarmente significativo sul piano antiriciclaggio. Questi dispositivi possono rendere più semplice il passaggio tra contante e asset digitali, soprattutto quando l’identificazione del cliente, la verifica dell’origine dei fondi o il monitoraggio delle transazioni non sono applicati con sufficiente rigore. Ciò non significa che gli ATM crypto siano di per sé strumenti illeciti, ma che il modello operativo può richiedere controlli più stringenti rispetto a un servizio esclusivamente digitale.
Per gli operatori, l’esposizione al rischio non dipende quindi soltanto dalla tecnologia utilizzata. Conta anche la struttura dei flussi, la presenza di intermediari, la distribuzione geografica dei clienti, la velocità dei trasferimenti e la capacità di bloccare tempestivamente schemi riconducibili a frodi, riciclaggio o finanziamento di attività criminali.
Il contesto internazionale si fa più severo
La decisione australiana arriva pochi giorni dopo un intervento di FinCEN, l’unità di informazione finanziaria del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che ha pubblicato un’analisi sulle truffe di investimento in asset digitali gestite da centri criminali esteri. L’autorità statunitense ha esaminato 33.904 segnalazioni presentate ai sensi del Bank Secrecy Act tra l’8 settembre 2023 e il 31 dicembre 2025, individuando circa 12,7 miliardi di dollari di attività finanziaria associata a sospette truffe di investimento crypto.
FinCEN ha inoltre segnalato l’impiego di stablecoin e di trasferimenti verso exchange situati fuori dagli Stati Uniti come parte dei meccanismi utilizzati per integrare i proventi delle truffe nel sistema finanziario. Il dato non costituisce una misura australiana e non modifica direttamente gli obblighi dei VASP operanti in Europa, ma mostra la convergenza delle autorità su uno stesso problema: i criminali sfruttano servizi legittimi, stablecoin, exchange e reti transfrontaliere per frammentare e spostare rapidamente i fondi.
Per il mercato crypto, la conseguenza più probabile è un rafforzamento dei controlli di ingresso e di mantenimento dell’autorizzazione. Gli operatori dovranno dimostrare non solo di avere procedure KYC, ma anche di riuscire a farle funzionare in modo coerente, documentabile e proporzionato al rischio. Potrebbero aumentare i costi di compliance, le richieste di informazioni sulla provenienza dei fondi e i controlli sui rapporti con fornitori esterni, wallet, piattaforme e controparti estere.
La stretta di AUSTRAC non equivale a un divieto generalizzato per i servizi crypto in Australia. È piuttosto un’applicazione selettiva del principio secondo cui l’accesso al mercato resta subordinato alla capacità di presidiare i rischi finanziari. Per gli investitori e per gli utenti, il provvedimento rafforza l’importanza di verificare lo status regolamentare dei fornitori utilizzati. Per le imprese, conferma che una registrazione ottenuta in passato non garantisce la continuità dell’operatività se i controlli, la trasparenza o gli obblighi di segnalazione non restano adeguati nel tempo.


