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Inflazione

USA, i prezzi pagati dalle fabbriche restano elevati: l’ISM segnala inflazione persistente e domanda in rallentamento

Il Manufacturing PMI statunitense è sceso al 54,6% ad agosto, ma l’indice dei prezzi pagati è rimasto a 71,1 punti per il secondo mese consecutivo. Il quadro combina crescita ancora…

di Redazione · 02 set 2026 · 10 letture
USA, i prezzi pagati dalle fabbriche restano elevati: l’ISM segnala inflazione persistente e domanda in rallentamento

La manifattura statunitense ha rallentato ad agosto, ma senza offrire alla Federal Reserve il sollievo sul fronte dei prezzi che i mercati stanno cercando. Il Manufacturing PMI elaborato dall’Institute for Supply Management è sceso al 54,6%, contro il 55,6% di luglio. Il dato resta ampiamente sopra la soglia di 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione, ma la composizione dell’indice evidenzia una combinazione più delicata: la domanda perde slancio mentre i costi delle materie prime restano vicini ai massimi dell’anno.

La notizia, pubblicata il primo settembre 2026, conta perché arriva in una fase in cui l’inflazione statunitense non ha ancora completato il rientro verso l’obiettivo della banca centrale. L’indice Prices dell’ISM si è mantenuto a 71,1 punti, invariato rispetto a luglio, indicando che i prezzi pagati dalle imprese manifatturiere sono aumentati per il ventitreesimo mese consecutivo. Si tratta di un segnale osservato con attenzione perché, secondo la relazione storica dell’ISM, livelli superiori a 52,8 punti sono generalmente coerenti con un aumento dei prezzi alla produzione dei materiali intermedi.

Costi industriali ancora sotto pressione

Il dato sui prezzi non descrive soltanto un rincaro isolato. L’ISM segnala che le pressioni sono state alimentate dall’aumento dei prezzi di acciaio e alluminio, dai dazi applicati a numerosi beni importati e dal rialzo dei prodotti derivati dal petrolio legato al conflitto in Medio Oriente. La percentuale di aziende che ha dichiarato di avere pagato prezzi più elevati è scesa dal 50,2% di luglio al 46,2% di agosto, ma il miglioramento non è stato sufficiente a ridurre il livello complessivo dell’indice.

In altre parole, la quota di imprese direttamente colpite dai rincari è diminuita, ma l’intensità delle pressioni resta alta. Inoltre, nessuno dei 18 comparti manifatturieri monitorati dall’ISM ha segnalato una riduzione dei prezzi delle materie prime. Quindici industrie hanno invece riportato aumenti, tra cui metalli primari, macchinari, apparecchiature elettriche, prodotti alimentari, elettronica e chimica.

Questa diffusione settoriale rende il dato più rilevante di un semplice movimento legato a una singola commodity. Se i costi restano elevati lungo una parte ampia della catena produttiva, le imprese possono cercare di trasferire una quota degli aumenti sui clienti finali oppure ridurre i margini. Nel primo caso, il rischio è una nuova trasmissione ai prezzi al consumo; nel secondo, una frenata degli investimenti, delle assunzioni e della produzione.

Ordini in calo, ma il settore resta in espansione

Il quadro della domanda mostra già alcuni segnali di moderazione. Il sottoindice dei nuovi ordini è sceso a 53,7 punti dai 56,7 di luglio. Anche gli ordini arretrati sono diminuiti a 51,8 punti, mentre l’indice delle importazioni è calato a 52,5 punti. Tutti e tre gli indicatori restano in area di espansione, ma la loro discesa indica che la crescita della manifattura è meno uniforme rispetto al mese precedente.

L’attività produttiva, invece, ha continuato a resistere. L’indice della produzione si è attestato a 58,3 punti, appena sotto i 58,5 di luglio, e ha registrato il decimo mese consecutivo in espansione. Anche l’occupazione manifatturiera è rimasta sopra la soglia di 50 punti, pur arretrando da 52,8 a 51,2.

La lettura complessiva è quindi diversa da quella di una recessione industriale. L’economia produttiva continua a crescere, sostenuta anche dalla domanda legata agli investimenti nell’intelligenza artificiale e dalle attività nei comparti elettronico, dei macchinari e dei trasporti. Tuttavia, l’accelerazione dei costi convive con un raffreddamento degli ordini: è questo il passaggio che può diventare problematico per imprese e consumatori nei prossimi mesi.

Il mercato del lavoro aggiunge un altro elemento di rigidità

Lo stesso primo settembre il Bureau of Labor Statistics ha comunicato che i posti di lavoro vacanti negli Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente invariati a luglio, a circa 7,3 milioni. Le assunzioni si sono attestate a 5,1 milioni e anche il numero complessivo delle separazioni è cambiato poco. Il dato non segnala un nuovo surriscaldamento evidente del mercato del lavoro, ma conferma che la domanda di manodopera non si è ancora indebolita in modo netto.

Per la politica monetaria, questa stabilità complica il bilanciamento tra inflazione e crescita. Un mercato del lavoro ancora relativamente solido può sostenere i consumi e consentire alle imprese di assorbire una parte dei rincari. Allo stesso tempo, però, riduce la pressione immediata per un allentamento dei tassi, soprattutto se i dati sui prezzi alla produzione e sui beni intermedi continuano a mostrare tensioni.

Le conseguenze per Fed, Treasury e dollaro

Il rapporto ISM non determina da solo la prossima decisione della Federal Reserve e non può essere interpretato come una previsione automatica dei tassi. Offre però un segnale importante sulla persistenza delle pressioni a monte dell’economia. Se l’aumento dei costi industriali dovesse trasferirsi ai prezzi all’ingrosso e, successivamente, ai prezzi al consumo, il percorso verso un’inflazione più vicina all’obiettivo del 2% potrebbe diventare più lento.

Per i Treasury, uno scenario di crescita ancora positiva combinata con prezzi alla produzione elevati tende a mantenere sotto pressione i rendimenti, in particolare sulle scadenze più sensibili alle aspettative sui tassi. Il mercato potrebbe richiedere un premio maggiore per detenere obbligazioni a lunga scadenza se teme che la Fed debba mantenere una politica restrittiva più a lungo oppure riaprire l’ipotesi di un rialzo.

Il dollaro può ricevere sostegno da aspettative di tassi statunitensi più alti rispetto ad altre economie avanzate, ma l’effetto non è lineare. Una frenata degli ordini e dei consumi, se diventasse più evidente, potrebbe alimentare il timore di stagflazione e limitare il beneficio valutario derivante dalle sole pressioni sui prezzi.

Il punto da monitorare ora

Il dato di agosto non dimostra che l’inflazione statunitense stia accelerando nuovamente, ma mostra che il processo di disinflazione resta esposto a shock di costo. La stabilità dell’indice Prices a 71,1 punti, dopo mesi di livelli elevati, è il segnale più rilevante del rapporto. La riduzione dei nuovi ordini suggerisce invece che le imprese potrebbero avere meno spazio per trasferire integralmente i rincari alla clientela.

Per capire se si tratta di una fase temporanea o dell’inizio di una pressione più ampia, i mercati guarderanno ai prossimi dati sui prezzi alla produzione, all’inflazione al consumo e ai salari. La combinazione da evitare per la Federal Reserve è quella di costi persistenti, domanda ancora sufficientemente forte e aspettative d’inflazione nuovamente in rialzo. Per ora, l’ISM descrive proprio un’economia che non si è fermata, ma che sta diventando più difficile da gestire.

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