Il rally dello S&P 500 si è interrotto venerdì 14 agosto, quando l’indice ha chiuso a 7.785,76 punti, in calo di 13,23 punti e dello 0,2% rispetto alla seduta precedente. La flessione è arrivata dopo il nuovo record storico registrato giovedì e non ha cancellato il bilancio positivo della settimana, che per l’indice si è conclusa con un rialzo dello 0,4%.
Il movimento, tuttavia, ha segnalato un cambiamento nel modo in cui Wall Street sta interpretando i dati macroeconomici. Dopo le recenti indicazioni di un’inflazione meno intensa, gli investitori hanno iniziato a guardare con maggiore attenzione ai segnali di indebolimento della domanda interna. Il tema non è più soltanto se la Federal Reserve possa evitare nuove strette, ma anche se la debolezza dell’economia possa diventare abbastanza marcata da incidere sugli utili delle società quotate.
La seduta del 14 agosto
Il ribasso dello S&P 500 è stato accompagnato da una flessione dello 0,2% del Dow Jones, sceso a 53.732,41 punti, e dello 0,3% del Nasdaq Composite, che ha chiuso a 26.729,16 punti. In controtendenza il Russell 2000, salito dello 0,5% a 3.068,42 punti. La diversa reazione tra gli indici suggerisce una seduta non caratterizzata da una fuga generalizzata dal rischio, ma da una maggiore selettività da parte degli investitori.
Il dato è rilevante perché lo S&P 500 arriva alla chiusura dopo tre settimane consecutive di rialzi, la striscia positiva più lunga da quella di nove settimane terminata a maggio. Il mercato mantiene quindi una struttura di fondo favorevole, ma i nuovi massimi hanno aumentato la sensibilità alle notizie capaci di modificare le aspettative su crescita, inflazione e tassi.
Petrolio e rendimenti complicano lo scenario
A pesare sul tono della seduta è stato anche il rialzo del petrolio. Il Brent è aumentato dell’1,7%, raggiungendo 88,52 dollari al barile, mentre prosegue l’incertezza sulla possibilità che le navi cisterna possano lasciare liberamente il Golfo Persico in un contesto di tensioni legate al conflitto con l’Iran.
Per le azioni statunitensi, il petrolio rappresenta un fattore ambivalente. Un prezzo più elevato può sostenere i ricavi delle società energetiche, ma aumenta i costi di trasporto, produzione e distribuzione per numerosi altri comparti. Se l’incremento dovesse prolungarsi, potrebbe rallentare il miglioramento dell’inflazione e ridurre lo spazio di manovra della Federal Reserve.
Nella stessa seduta il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,69%, dal 4,63% di giovedì. Il movimento dei rendimenti tende a esercitare pressione soprattutto sulle società caratterizzate da valutazioni elevate e flussi di cassa attesi nel lungo periodo. In questo senso, il rialzo dei tassi di mercato può diventare un ostacolo per alcuni segmenti tecnologici anche quando i risultati trimestrali restano solidi.
Il caso Applied Materials e la selettività sull’intelligenza artificiale
Un esempio è arrivato da Applied Materials, il cui titolo ha perso il 5,1% nonostante risultati trimestrali superiori alle attese degli analisti. La società ha indicato che la domanda globale legata all’intelligenza artificiale ha contribuito a un altro trimestre record, ma il mercato aveva già scontato una parte significativa di questo scenario.
Il titolo aveva più che raddoppiato il proprio valore dall’inizio dell’anno, aumentando il livello delle aspettative. La reazione negativa dopo conti migliori delle previsioni mostra che, nella fascia più esposta all’intelligenza artificiale, non è più sufficiente dimostrare una crescita robusta: gli investitori chiedono anche che i risultati superino aspettative già molto elevate.
Questa dinamica riguarda direttamente lo S&P 500, nel quale i grandi gruppi tecnologici e i produttori di semiconduttori hanno un peso importante. Una maggiore volatilità del comparto può quindi trasmettersi rapidamente all’intero indice, anche in presenza di una partecipazione più ampia al rialzo da parte di banche, industriali, energia e società a minore capitalizzazione.
Il doppio significato dei dati deboli
La debolezza dei consumi e il peggioramento del clima di fiducia rilevato nei sondaggi sui consumatori hanno alimentato un dilemma per il mercato. Da un lato, una domanda meno vigorosa può ridurre la pressione sui prezzi e rendere meno probabile un ulteriore irrigidimento della politica monetaria. Dall’altro, consumi più fragili possono anticipare un rallentamento della crescita e mettere sotto pressione i ricavi delle imprese.
È questo il punto in cui torna il rischio stagflazione: un’economia che perde slancio mentre l’inflazione rimane troppo elevata per consentire alla banca centrale di reagire rapidamente con una politica più accomodante. In uno scenario simile, il sostegno derivante da eventuali aspettative di tassi più bassi potrebbe essere compensato dalla revisione al ribasso delle stime sugli utili.
Per il momento, la seduta di venerdì non rappresenta un’inversione del trend. Lo S&P 500 resta vicino al record e ha chiuso la settimana in rialzo. La combinazione tra petrolio a 88,52 dollari, Treasury decennale al 4,69% e crescente selettività sui titoli legati all’intelligenza artificiale indica però che il mercato è entrato in una fase più esigente.
La prossima direzione dell’indice dipenderà dalla capacità dell’economia statunitense di rallentare senza deteriorarsi bruscamente e, nello stesso tempo, dall’evoluzione dei prezzi dell’energia. Per gli investitori, il tema centrale non è più soltanto la possibilità di nuovi record, ma la sostenibilità delle valutazioni raggiunte dallo S&P 500 in un contesto macroeconomico diventato meno lineare.


