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Oro, il rialzo dopo la stretta Fed mostra un mercato diviso tra tassi e rischio macro

Il metallo prezioso recupera terreno dopo la decisione della Federal Reserve di alzare i tassi al 3,75-4%. La reazione segnala che il mercato sta valutando non solo il costo del denaro, ma…

di Redazione · 17 set 2026 · 3 letture
Oro, il rialzo dopo la stretta Fed mostra un mercato diviso tra tassi e rischio macro

L’oro recupera terreno dopo la decisione della Federal Reserve di alzare i tassi di interesse statunitensi di 25 punti base. Nella seduta di giovedì 17 settembre il prezzo spot è salito fino a 4.314,64 dollari l’oncia, secondo i dati riportati nelle prime ore di contrattazione. Il movimento arriva dopo il calo registrato nella sessione precedente e mostra una reazione meno lineare rispetto alla teoria secondo cui tassi più elevati dovrebbero penalizzare automaticamente il metallo prezioso.

La Fed ha deciso il 16 settembre di portare l’intervallo obiettivo per i federal funds al 3,75-4%, con un voto unanime di 12-0. Nel comunicato, il Federal Open Market Committee ha descritto l’attività economica come solida, ha sottolineato la resilienza della spesa interna e ha definito l’inflazione ancora elevata. La banca centrale ha inoltre indicato che la decisione dovrebbe favorire un ritorno più tempestivo dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%.

La stretta non ha prodotto una fuga dall’oro

La reazione del metallo è significativa perché la riunione della Fed non ha fornito un segnale accomodante. Al contrario, le nuove proiezioni economiche indicano un tasso sui federal funds al 4,1% alla fine del 2026 e del 2027, prima di una discesa al 3,9% nel 2028. Il quadro suggerisce che il ciclo restrittivo potrebbe non essere terminato e che il costo del denaro resterà elevato più a lungo di quanto gli investitori avevano sperato.

In condizioni normali, un simile scenario tende a sostenere il dollaro e i rendimenti obbligazionari, aumentando il costo opportunità di detenere un asset che non paga cedole. L’oro, tuttavia, non viene valutato soltanto attraverso il livello dei tassi nominali. Gli investitori guardano anche ai tassi reali, alla credibilità della politica monetaria, al rischio di rallentamento economico e alla capacità delle banche centrali di contenere l’inflazione senza compromettere la crescita.

È proprio questa combinazione a spiegare il recupero osservato dopo la decisione. L’incremento dei tassi rende più costoso detenere oro nel breve periodo, ma può anche alimentare la domanda di protezione se il mercato interpreta la stretta come la risposta a un’inflazione persistente o a shock difficili da controllare. In altre parole, il rialzo dei rendimenti non cancella automaticamente la funzione dell’oro come riserva di valore.

Inflazione e petrolio restano i fattori decisivi

Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il petrolio. Nelle ultime sedute il mercato energetico ha contribuito a mantenere elevati i timori sull’inflazione. Giovedì, tuttavia, il prezzo del greggio ha rallentato dopo le indicazioni relative a una maggiore disponibilità di carichi sauditi attraverso l’Oman. La frenata del petrolio ha ridotto parte della pressione sui mercati obbligazionari e ha favorito il recupero dei metalli preziosi.

Il rapporto tra petrolio e oro resta ambivalente. Un greggio più caro può aumentare le aspettative d’inflazione e sostenere la domanda di oro come copertura, ma può anche spingere la Fed verso una politica più restrittiva. Se il mercato ritiene che la banca centrale risponderà con nuovi rialzi, il dollaro e i rendimenti reali possono esercitare pressione sul metallo. Se invece prevale il timore che l’energia danneggi consumi e crescita, l’oro può beneficiare della ricerca di asset difensivi.

La seduta del 17 settembre riflette quindi un equilibrio ancora instabile. Il metallo ha recuperato dopo avere toccato il giorno precedente un minimo vicino ai minimi delle ultime sei settimane, ma il rimbalzo non equivale a un nuovo segnale rialzista strutturale. La volatilità resta elevata e il prezzo continua a rispondere rapidamente alle variazioni del dollaro, dei Treasury e delle aspettative sui prossimi interventi della Federal Reserve.

Le proiezioni della Fed complicano il quadro

Le proiezioni pubblicate insieme alla decisione mostrano anche un aggiornamento delle valutazioni macroeconomiche. La Fed vede una crescita del prodotto interno lordo statunitense al 2,3% nel 2026 e al 2,4% nel 2027, mentre il tasso di disoccupazione è previsto al 4,1% nei due anni. Per l’inflazione PCE, la mediana delle proiezioni è pari al 3,7% nel 2026 e al 2,3% nel 2027.

Questi numeri descrivono un’economia ancora relativamente solida, ma con un’inflazione superiore all’obiettivo. Per l’oro è uno scenario complesso: la crescita riduce la necessità immediata di protezione, mentre l’inflazione persistente e le incertezze geopolitiche mantengono vivo l’interesse per il metallo. La conseguenza è che la direzione dei prezzi dipenderà meno dalla sola decisione sui tassi e più dall’evoluzione dei dati successivi.

Il mercato dovrà quindi concentrarsi sui prossimi indicatori di inflazione, sui rendimenti reali e sui segnali provenienti dal mercato del lavoro. Un rafforzamento dell’inflazione accompagnato da rendimenti nominali in aumento potrebbe inizialmente penalizzare l’oro, soprattutto se il dollaro accelerasse. Al contrario, un rallentamento della crescita o una discesa dei rendimenti reali potrebbe sostenere il metallo anche in presenza di una Fed ancora prudente.

La domanda strutturale offre un sostegno di fondo

Al di là della politica monetaria statunitense, il mercato dell’oro continua a essere sostenuto da fattori strutturali. Il World Gold Council ha segnalato che ad agosto gli ETF garantiti da oro hanno registrato afflussi globali per 18 miliardi di dollari, mentre le disponibilità complessive hanno raggiunto un nuovo record di 4.189 tonnellate. La stessa organizzazione ha inoltre riportato che la Banca popolare cinese ha acquistato 20 tonnellate nel mese di agosto, il livello più elevato dall’ottobre 2023.

Questi flussi non eliminano il rischio di correzioni, ma contribuiscono a spiegare perché ogni fase di debolezza possa attirare nuovi compratori. La componente ufficiale e quella finanziaria rendono il mercato meno dipendente dalla domanda di gioielleria e più sensibile alle decisioni di portafoglio, alle riserve valutarie e ai timori sulla sostenibilità del debito pubblico.

La conclusione più prudente è che l’oro sta affrontando una fase di transizione. Nel breve termine, la Fed restrittiva e l’eventuale rialzo dei rendimenti rappresentano un ostacolo. Nel medio periodo, però, inflazione ancora elevata, rischi geopolitici, domanda delle banche centrali e incertezza sulla crescita possono continuare a sostenere l’interesse per il metallo. Il recupero del 17 settembre non dimostra che il trend rialzista sia già ripartito, ma indica che il mercato non considera la stretta della Fed sufficiente, da sola, a cancellare il ruolo difensivo dell’oro.

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