L’inflazione core giapponese ha accelerato a luglio, rafforzando l’attenzione dei mercati sulla prossima riunione della Bank of Japan. Secondo i dati diffusi venerdì 21 agosto dal ministero giapponese degli Affari interni e delle Comunicazioni, l’indice nazionale dei prezzi al consumo che esclude gli alimentari freschi è aumentato dell’1,8% su base annua, contro il +1,6% registrato a giugno.
Il dato è risultato in linea con le attese degli economisti, ma il suo significato va oltre il semplice confronto con le previsioni. L’accelerazione arriva dopo un periodo nel quale le misure pubbliche di contenimento dei costi energetici hanno contribuito a mantenere l’inflazione core al di sotto dell’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale. A luglio, tuttavia, la dinamica dei prezzi ha mostrato nuovi segnali di trasmissione dei costi alle famiglie e alle imprese.
La componente sottostante resta vicina al 2%
Un indicatore seguito con particolare attenzione dalla Bank of Japan, che esclude sia gli alimentari freschi sia i carburanti, è salito dell’1,9% annuo a luglio, rispetto all’1,7% di giugno. Il dato suggerisce che la pressione sui prezzi non dipende esclusivamente dalle oscillazioni dell’energia o da fattori temporanei legati alle materie prime.
La lettura è rilevante perché avvicina l’inflazione sottostante alla soglia del 2% anche in presenza di alcune distorsioni statistiche e di interventi pubblici sui prezzi. La componente dei beni è aumentata del 2,7% rispetto a un anno prima, mentre quella dei servizi ha accelerato all’1,2% dall’1,1% di giugno. I servizi restano quindi più moderati rispetto ai beni, ma l’incremento è coerente con un graduale trasferimento dei costi salariali e operativi nei prezzi finali.
La differenza tra beni e servizi rimane uno degli elementi centrali per valutare la qualità dell’inflazione giapponese. Una crescita sostenuta soprattutto dai beni può riflettere importazioni più costose, un cambio debole o shock energetici. Una progressiva accelerazione dei servizi, invece, tende a indicare una pressione più legata alla domanda interna e al mercato del lavoro. I dati di luglio non descrivono ancora un’inflazione fuori controllo, ma mostrano un quadro meno compatibile con una politica monetaria permanentemente espansiva.
Yen debole e costi d’importazione sotto osservazione
La dinamica dei prezzi è stata influenzata anche dall’aumento dei costi d’importazione legato alla debolezza dello yen. Per un’economia fortemente dipendente dall’estero per energia, materie prime e numerosi beni intermedi, il cambio può trasferire rapidamente pressione sui prezzi al consumo.
Questo canale è particolarmente importante per la Bank of Japan. Se lo yen resta debole, il calo dei prezzi energetici o la riduzione di alcune componenti temporanee potrebbe non essere sufficiente a riportare l’inflazione verso il basso. Le imprese potrebbero continuare a trasferire una parte dei maggiori costi nei listini, mentre l’aumento dei salari e la carenza di manodopera potrebbero sostenere la componente dei servizi.
La situazione resta comunque bilanciata da due fattori. Il primo è che l’inflazione core, all’1,8%, è ancora inferiore al target ufficiale del 2%. Il secondo è che la crescita dei servizi, pur in aumento, rimane contenuta. Per questo il dato di luglio non obbliga automaticamente la banca centrale a intervenire, ma rende più difficile sostenere che le pressioni sui prezzi siano soltanto transitorie.
Il mercato guarda alla riunione di settembre
La prossima riunione della Bank of Japan è prevista per il 17 e 18 settembre. Il dato sull’inflazione sarà uno degli elementi che il consiglio direttivo dovrà valutare insieme a salari, consumi, attività economica e andamento del cambio.
Secondo quanto riportato da Reuters, gli operatori considerano sempre più probabile un aumento del tasso di riferimento dall’1% all’1,25% già a settembre. La decisione non è però scontata: l’istituto deve verificare se l’inflazione sia sufficientemente stabile e se la domanda interna sia in grado di sostenere ulteriori aumenti dei prezzi senza un deterioramento marcato dei consumi.
Il punto centrale per la banca centrale sarà distinguere tra inflazione importata e inflazione domestica. Se l’accelerazione dipendesse soprattutto dallo yen e dall’energia, un intervento troppo rapido potrebbe comprimere la domanda senza risolvere le cause originarie della pressione sui prezzi. Se invece la crescita dei servizi e dei salari dovesse proseguire, il rinvio del rialzo potrebbe aumentare il rischio di un disancoraggio delle aspettative.
Perché il dato conta anche per i mercati globali
Un eventuale rialzo dei tassi giapponesi avrebbe conseguenze che vanno oltre il mercato domestico. Per anni il Giappone ha rappresentato una delle principali fonti di liquidità a basso costo per gli investitori internazionali. Un aumento del rendimento degli attivi denominati in yen può modificare l’equilibrio tra finanziamento in yen e investimenti in azioni, obbligazioni, valute e asset più rischiosi.
In caso di rafforzamento dello yen e di riduzione delle strategie di carry trade, la pressione potrebbe estendersi ai mercati globali. Gli investitori potrebbero ridurre l’esposizione a posizioni finanziate a basso costo e aumentare la prudenza su asset caratterizzati da maggiore volatilità, inclusi alcuni segmenti del mercato crypto. Si tratta di una possibile conseguenza di mercato, non di un effetto automatico: molto dipenderà dalla comunicazione della Bank of Japan e dalla velocità con cui verranno eventualmente normalizzati i tassi.
Per Bitcoin ed Ethereum, il tema non è direttamente legato all’inflazione giapponese, ma alle condizioni di liquidità internazionale. Un contesto nel quale più banche centrali aumentano i tassi o mantengono una politica restrittiva può ridurre l’appetito per il rischio e rendere più selettivi i flussi verso gli asset digitali. Al contrario, un rialzo interpretato come graduale e già ampiamente scontato potrebbe avere un impatto più limitato sui mercati.
Il dato di luglio consegna quindi alla Bank of Japan un segnale ambivalente ma significativo: l’inflazione core è ancora sotto il 2%, tuttavia la componente sottostante si avvicina alla soglia e i servizi iniziano a mostrare una maggiore resistenza. La riunione del 17-18 settembre sarà il prossimo passaggio decisivo per capire se l’istituto riterrà maturi i presupposti per un nuovo rialzo o preferirà attendere ulteriori conferme dalla dinamica dei salari e della domanda interna.


