La Federal Reserve si avvicina alla riunione del 15-16 settembre con un quadro macroeconomico più equilibrato, ma non ancora abbastanza rassicurante da rendere probabile una svolta accomodante. I dati pubblicati negli ultimi giorni hanno ridotto la pressione per un nuovo rialzo dei tassi, senza però costruire le condizioni per un taglio imminente.
Il punto centrale è il cambiamento nella distribuzione dei rischi. Da una parte, l’inflazione all’ingrosso ha mostrato una dinamica più contenuta del previsto a luglio. Dall’altra, i consumi hanno evidenziato segnali di raffreddamento e il mercato del lavoro resta meno brillante rispetto ai mesi precedenti. Per la Fed, tuttavia, il rallentamento non è ancora sinonimo di disinflazione consolidata.
Un’inflazione meno aggressiva, ma ancora lontana dal 2%
Il rapporto sui prezzi alla produzione pubblicato il 13 agosto ha mostrato prezzi all’ingrosso invariati su base mensile a luglio, dopo il calo registrato a giugno. Su base annua, l’indice è comunque aumentato del 4,7%, confermando che le pressioni lungo la catena produttiva restano elevate.
Il dato ha avuto un effetto immediato sulle aspettative di politica monetaria perché è arrivato dopo il rapporto sull’inflazione al consumo di luglio. La combinazione dei due indicatori suggerisce che l’impulso inflazionistico non sta accelerando come temuto, ma non dimostra ancora che il ritorno al target del 2% sia vicino.
La lettura è particolarmente importante per la Fed perché l’inflazione dei servizi e i costi trasferiti ai consumatori possono reagire con ritardo alle variazioni dei prezzi all’ingrosso. Un singolo mese di stabilizzazione, quindi, non è sufficiente per modificare in modo radicale la valutazione del Federal Open Market Committee.
La domanda interna comincia a perdere velocità
A completare il quadro è arrivato il rapporto sulle vendite al dettaglio di luglio, che ha registrato una contrazione mensile dello 0,6%. Il dato segnala una frenata dei consumi, anche se non basta da solo per parlare di una recessione imminente o di una crisi della domanda.
Per la banca centrale, la debolezza delle vendite ha comunque un significato preciso: l’economia potrebbe essere più sensibile di quanto apparisse agli effetti cumulati dei tassi ancora restrittivi, dei costi finanziari elevati e del rallentamento del reddito reale. Se questa tendenza dovesse proseguire nei prossimi mesi, il rischio di un indebolimento dell’occupazione diventerebbe più rilevante nella valutazione della politica monetaria.
La Fed deve però evitare di reagire troppo presto. Una domanda interna ancora positiva, associata a un’inflazione superiore all’obiettivo, potrebbe mantenere la pressione sui prezzi anche in presenza di una crescita meno dinamica. È il motivo per cui gli ultimi dati hanno ridotto le probabilità di un rialzo, ma non hanno trasformato la riunione di settembre in un appuntamento per un taglio.
La riunione di luglio ha lasciato una divisione aperta
Alla riunione del 28-29 luglio, il FOMC ha mantenuto il tasso sui federal funds nell’intervallo 3,50%-3,75%. La decisione è stata accompagnata da un dissenso interno significativo: tre componenti del comitato avrebbero preferito un aumento di 25 punti base.
Quella divisione rappresenta il principale limite a una lettura eccessivamente dovish dei dati di agosto. La Fed non parte da una posizione neutrale: arriva alla prossima riunione dopo aver mostrato che una parte dei policymaker considera ancora l’inflazione il rischio dominante.
Il nuovo flusso di dati ha cambiato il margine di manovra, non necessariamente l’obiettivo. Se i prezzi dovessero accelerare nuovamente o se le aspettative d’inflazione tornassero a salire, la componente più restrittiva del comitato potrebbe riprendere peso. Al contrario, un ulteriore deterioramento dell’occupazione renderebbe più difficile giustificare una nuova stretta.
Perché settembre resta una riunione senza una direzione scontata
La riunione del 15-16 settembre sarà accompagnata da nuove informazioni decisive. Prima dell’appuntamento, la banca centrale disporrà dei dati sull’occupazione di agosto e dell’aggiornamento sull’inflazione al consumo dello stesso mese. Saranno proprio questi due rapporti a stabilire se la moderazione osservata a luglio rappresenta l’inizio di una tendenza oppure soltanto una pausa temporanea.
Il mercato, dopo i dati più recenti, ha ridimensionato le aspettative di un rialzo immediato. La possibilità di un nuovo aumento non è però scomparsa, soprattutto perché il tasso d’inflazione annuo resta distante dal target e i rendimenti a lungo termine continuano a riflettere un premio elevato per il rischio fiscale e inflazionistico.
Ne deriva uno scenario nel quale la Fed potrebbe mantenere i tassi invariati a settembre, lasciando aperte tutte le opzioni successive. Una pausa non sarebbe necessariamente il preludio a un taglio: potrebbe rappresentare una fase di osservazione, utile a valutare l’impatto ritardato della politica monetaria sull’economia.
Le conseguenze per mercati, dollaro e criptovalute
Per i mercati finanziari, la prospettiva di una Fed ferma ma non ancora accomodante produce effetti diversi a seconda dell’orizzonte temporale. Nel breve periodo, dati meno inflazionistici possono sostenere le attività più sensibili ai tassi, soprattutto se diminuisce il rischio di ulteriori rialzi.
Nel mercato obbligazionario, tuttavia, la discesa dei rendimenti a breve potrebbe non tradursi automaticamente in un calo dei rendimenti a lunga scadenza. Il Tesoro deve continuare a finanziare un fabbisogno elevato e gli investitori possono richiedere un premio maggiore per detenere titoli con durata lunga. Questa dinamica limita l’effetto positivo che una pausa della Fed avrebbe normalmente sul costo del denaro.
Per il dollaro, una Fed meno aggressiva può ridurre il sostegno derivante dal differenziale dei tassi. Per Bitcoin ed Ethereum, invece, il quadro resta condizionato dalla liquidità globale, dai rendimenti reali e dalla propensione al rischio. Una pausa accompagnata da dati economici ancora solidi potrebbe sostenere gli asset più rischiosi; una pausa determinata da un rallentamento marcato dell’economia avrebbe un significato molto diverso.
La conclusione, quindi, è meno netta di quanto suggerisca la reazione iniziale ai dati. La settimana appena conclusa ha tolto forza allo scenario di nuove strette ravvicinate, ma non ha ancora consegnato alla Federal Reserve una ragione sufficiente per iniziare a tagliare i tassi. La decisione di settembre resterà aperta fino agli ultimi indicatori disponibili.


