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Fed, il fronte dei rialzi torna a farsi sentire: Hammack preme, Barkin invita alla prudenza

Dopo la riunione del 29 luglio, chiusa con tre voti contrari per un rialzo, le dichiarazioni di Beth Hammack e Tom Barkin riaprono il dibattito sulla direzione della politica monetaria…

di Redazione · 14 ago 2026 · 9 letture
Fed, il fronte dei rialzi torna a farsi sentire: Hammack preme, Barkin invita alla prudenza

Il dibattito interno alla Federal Reserve sulla prossima direzione dei tassi torna ad ampliarsi. A poche settimane dalla riunione del Federal Open Market Committee del 28-29 luglio, quando il costo del denaro è stato lasciato invariato ma tre membri hanno votato per un rialzo, le dichiarazioni di alcuni esponenti regionali hanno riportato in primo piano l’ipotesi di una politica ancora più restrittiva.

Il segnale più netto è arrivato da Beth Hammack, presidente della Federal Reserve Bank di Cleveland e membro votante del FOMC. Nel corso di un intervento del 13 agosto, Hammack ha ribadito che l’attuale livello dei tassi potrebbe non essere sufficientemente restrittivo per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. La sua posizione si colloca nel solco delle precedenti prese di posizione a favore di un possibile aumento del costo del denaro qualora le pressioni sui prezzi restassero elevate.

La posizione di Hammack assume particolare rilievo perché alla riunione di luglio è stata tra i tre membri che hanno votato contro il mantenimento dei Fed funds nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%. Con lei si sono schierati Neel Kashkari, presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis, e Lorie Logan, presidente della Federal Reserve Bank di Dallas. Il voto finale, approvato con una maggioranza di 9-3, ha quindi mostrato una spaccatura più profonda rispetto a quanto suggerirebbe una semplice decisione di pausa.

Il messaggio di Hammack

La presidente della Fed di Cleveland considera il rischio di un’inflazione persistentemente sopra il target più urgente rispetto a quello di un indebolimento immediato del mercato del lavoro. La sua lettura parte da un’economia che, nonostante il livello dei tassi, continua a mostrare una domanda relativamente solida e condizioni finanziarie ancora capaci di sostenere la crescita.

Il punto centrale della sua argomentazione è temporale: attendere prove definitive che l’inflazione si sia radicata nelle aspettative potrebbe costringere la banca centrale a interventi più ampi in futuro. In questa prospettiva, un rialzo preventivo non rappresenterebbe necessariamente l’inizio di un ciclo aggressivo, ma uno strumento per evitare che imprese e consumatori incorporino stabilmente aumenti dei prezzi più elevati nelle proprie decisioni.

La posizione è particolarmente significativa perché arriva dopo dati sull’inflazione che hanno fornito segnali contrastanti. Da un lato, le ultime rilevazioni hanno attenuato parte della pressione sui mercati obbligazionari. Dall’altro, il livello complessivo dei prezzi resta distante dall’obiettivo della Fed e alcuni componenti dei servizi continuano a mostrare una dinamica difficile da ricondurre rapidamente al 2%.

Barkin mantiene una lettura meno drastica

Nella stessa giornata, Tom Barkin, presidente della Federal Reserve Bank di Richmond, ha offerto una lettura più prudente. Barkin ha riconosciuto la necessità di mantenere una politica monetaria restrittiva, ma ha sottolineato l’incertezza sulla reale efficacia del livello attuale dei tassi e sulla possibilità che siano necessari ulteriori aumenti.

Il suo messaggio non equivale a un’apertura a un taglio imminente. Piuttosto, suggerisce che la Fed dovrebbe evitare di assumere impegni rigidi in una fase in cui i dati sull’inflazione e sull’occupazione possono muoversi in direzioni diverse. Un rallentamento della crescita o del mercato del lavoro potrebbe infatti rendere più rischioso procedere con nuovi rialzi, anche nel caso in cui l’inflazione restasse sopra il target.

La distanza tra Hammack e Barkin non è quindi quella tra una posizione apertamente espansiva e una apertamente restrittiva. Entrambi riconoscono che i tassi non possono essere considerati accomodanti. La differenza riguarda il peso assegnato ai due rischi: per Hammack il pericolo principale è lasciare che l’inflazione rimanga elevata troppo a lungo; per Barkin la priorità è conservare sufficiente flessibilità per reagire a un eventuale deterioramento dell’attività economica.

Una Fed meno compatta dopo la pausa di luglio

La decisione del 29 luglio aveva già evidenziato la complessità del quadro. Il FOMC ha mantenuto invariato il target dei Fed funds, ma la presenza di tre voti favorevoli a un aumento ha mostrato che la discussione non ruota soltanto attorno ai tempi di un eventuale allentamento monetario. Una parte del comitato ritiene ancora possibile che la risposta appropriata all’inflazione sia un ulteriore irrigidimento.

Questo elemento cambia la lettura delle prossime riunioni. Il mercato non deve confrontarsi solo con l’ipotesi di un primo taglio, ma anche con la possibilità che il dibattito interno si sposti verso un prolungamento della pausa o, in presenza di nuovi segnali di pressione sui prezzi, verso un rialzo.

Per gli investitori, la conseguenza più immediata è un aumento della sensibilità dei Treasury, del dollaro e degli indici azionari alle dichiarazioni dei singoli esponenti della Fed. Un messaggio più aggressivo tende a sostenere i rendimenti obbligazionari e il biglietto verde, mentre può pesare sui comparti azionari più esposti al costo del capitale, compresi tecnologia e società ad alta crescita. Al contrario, una lettura più attendista può favorire un calo dei rendimenti e alimentare le aspettative di un futuro allentamento.

Il prossimo banco di prova

La Fed dovrà ora valutare se i segnali recenti di moderazione dei prezzi siano sufficienti per escludere ulteriori rialzi oppure se si tratti soltanto di un rallentamento temporaneo. La solidità dei consumi, l’andamento del mercato del lavoro e le componenti dei servizi saranno determinanti per stabilire quale dei due rischi prevarrà.

In assenza di un deterioramento evidente dell’occupazione, le dichiarazioni di Hammack indicano che una parte del FOMC potrebbe continuare a considerare il rialzo come un’opzione concreta. La cautela di Barkin e la decisione di mantenere i tassi invariati mostrano però che questa non è ancora la posizione dell’intero comitato.

La politica monetaria statunitense entra così nella seconda metà dell’estate con una Fed più divisa e con un messaggio meno lineare per i mercati: la pausa non equivale a una svolta verso i tagli, ma neppure conferma automaticamente un imminente nuovo aumento dei tassi. Saranno i prossimi dati, più che le aspettative incorporate nei prezzi, a determinare quale delle due correnti riuscirà a prevalere.

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