La Federal Reserve arriva alla riunione di settembre con una pressione più contenuta per un eventuale rialzo dei tassi. Dopo il rallentamento dell’inflazione al consumo rilevato mercoledì 12 agosto, anche i prezzi alla produzione statunitensi hanno offerto giovedì 13 agosto un segnale meno preoccupante del previsto: il PPI è rimasto invariato su base mensile a luglio, mentre l’aumento annuo è sceso al 4,7% dal 5,5% di giugno.
Il dato non chiude il dibattito sulla politica monetaria, ma modifica il bilanciamento dei rischi per il Federal Open Market Committee. Il mercato può ora guardare alla riunione del 15-16 settembre con un’aspettativa più solida di mantenimento dei tassi nell’intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%, fissato dalla Fed nella riunione del 29 luglio.
Il PPI rafforza il segnale arrivato dal CPI
Il rapporto del Bureau of Labor Statistics ha mostrato che l’indice dei prezzi alla produzione per la domanda finale non ha registrato variazioni tra giugno e luglio, dopo il calo dello 0,1% rilevato nel mese precedente. Gli economisti si attendevano invece un incremento mensile dello 0,2%.
Anche la componente depurata da alimentari ed energia ha evidenziato un incremento moderato, pari allo 0,2% su base mensile. Si tratta di un indicatore osservato con particolare attenzione perché alcuni prezzi dei servizi inclusi nel PPI contribuiscono alla costruzione dell’indice dei consumi personali, il PCE, che rappresenta la misura d’inflazione preferita dalla Federal Reserve.
Su base annua, il PPI è cresciuto del 4,7%, in calo rispetto al 5,5% di giugno. La lettura resta elevata e non può essere interpretata come un ritorno imminente alla stabilità dei prezzi, ma riduce il rischio che le pressioni lungo la catena produttiva stiano accelerando in modo generalizzato.
Il rapporto arriva a meno di 24 ore dalla pubblicazione del CPI di luglio. Anche l’inflazione al consumo ha mostrato un aumento annuo del 3,4%, in lieve rallentamento rispetto al 3,5% di giugno. Nel complesso, i due indicatori forniscono un quadro più favorevole rispetto a quello temuto dagli operatori all’inizio della settimana.
La Fed resta comunque lontana dall’obiettivo del 2%
Il miglioramento dei dati non equivale però a una svolta accomodante. L’inflazione statunitense rimane superiore all’obiettivo del 2% della banca centrale e la crescita dei prezzi alla produzione continua a essere abbastanza elevata da richiedere prudenza.
Il punto centrale per la Fed sarà capire se la moderazione di luglio rappresenti l’inizio di una tendenza più duratura oppure soltanto una pausa temporanea. L’energia ha avuto un ruolo importante nei movimenti recenti dei prezzi e la situazione geopolitica in Medio Oriente mantiene elevata l’incertezza sul costo del petrolio. Un nuovo rialzo delle quotazioni energetiche potrebbe riflettersi sui prezzi dei beni e dei servizi nei prossimi mesi, riaprendo il confronto tra inflazione e crescita.
La riunione del 29 luglio aveva già mostrato una divisione significativa all’interno del FOMC. La banca centrale aveva deciso di lasciare invariato il costo del denaro, ma tre componenti del comitato avevano preferito un rialzo di 25 punti base. La presenza di posizioni favorevoli a una politica più restrittiva dimostra che il rischio d’inflazione non è scomparso dall’agenda della Fed.
Allo stesso tempo, l’economia statunitense non offre un quadro univoco. La crescita resta sostenuta, ma il mercato del lavoro ha mostrato segnali di raffreddamento e la creazione di occupazione è rimasta debole. Per la Federal Reserve, un rialzo preventivo potrebbe contribuire a contenere i prezzi, ma aumenterebbe anche il rischio di indebolire ulteriormente la domanda e l’occupazione.
Il mercato riduce le scommesse su un rialzo a settembre
La reazione dei mercati ai dati di CPI e PPI è stata coerente con una riduzione della probabilità di un rialzo immediato. I rendimenti dei Treasury hanno ricevuto sostegno dal rapporto sui prezzi alla produzione e gli operatori hanno interpretato la combinazione dei dati come un argomento a favore di una pausa nella prossima riunione.
Questa lettura non implica che il mercato stia già scontando una rapida sequenza di tagli. La politica monetaria resta restrittiva e la Fed ha ancora bisogno di verificare l’andamento dell’inflazione nei mesi estivi, oltre alla tenuta del mercato del lavoro. La scelta più probabile, sulla base delle informazioni disponibili al 13 agosto, è quindi una fase di attesa più che l’avvio di un ciclo espansivo.
Per gli investitori, il dato più importante è il cambiamento della soglia necessaria per giustificare una nuova stretta. Dopo la decisione di luglio, un rialzo a settembre avrebbe richiesto probabilmente segnali di riaccelerazione dei prezzi o un peggioramento delle aspettative d’inflazione. Il CPI e il PPI di luglio non hanno fornito questo segnale, anche se non hanno ancora confermato una discesa stabile verso il 2%.
Il prossimo test sarà la persistenza dell’inflazione
La questione centrale delle prossime settimane sarà la persistenza del raffreddamento. La Fed dovrà valutare se la moderazione dei prezzi si estenderà ai servizi, ai salari e alle componenti più sensibili alla domanda interna. Dovrà inoltre osservare l’eventuale trasmissione dei costi energetici e commerciali alle imprese e ai consumatori.
Se i prossimi dati confermeranno una pressione più contenuta, il mantenimento dei tassi a settembre potrebbe diventare lo scenario di riferimento. Se invece energia, servizi o aspettative d’inflazione dovessero accelerare, le posizioni più hawkish all’interno del FOMC potrebbero tornare a esercitare maggiore influenza.
La notizia, dunque, non è che la Fed abbia cambiato orientamento, ma che i dati pubblicati tra il 12 e il 13 agosto hanno ridotto l’urgenza di un rialzo nel breve periodo. La banca centrale resta vincolata al mandato di riportare l’inflazione verso il 2%, mentre i mercati continuano a confrontarsi con un equilibrio fragile tra prezzi ancora elevati, crescita resiliente e segnali di rallentamento del lavoro.


