Il dollaro torna sotto pressione dopo che Christopher Waller ha lasciato aperta la porta a una pausa della Federal Reserve nella riunione del 15-16 settembre. In un intervento pubblicato il 3 settembre, il governatore della banca centrale statunitense ha spiegato che, se i dati in arrivo confermeranno i recenti segnali di disinflazione, sarebbe orientato a mantenere invariato il tasso sui federal funds. Al contrario, un dato sull’inflazione più elevato del previsto potrebbe spingerlo a sostenere un rialzo.
La reazione di Waller arriva in una fase particolarmente delicata per il mercato valutario. Nei giorni precedenti il biglietto verde aveva beneficiato dell’aumento dei rendimenti dei Treasury, delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e della crescente convinzione che la Fed potesse tornare ad alzare il costo del denaro già a settembre. Il cambio di tono, pur non rappresentando una vera indicazione accomodante, riduce la visibilità sulla prossima decisione e indebolisce uno dei principali fattori di sostegno per il dollaro.
Waller lega la decisione al CPI di agosto
Il punto centrale dell’intervento è il riferimento ai dati sull’inflazione di agosto, che il governo statunitense pubblicherà l’11 settembre, pochi giorni prima della riunione del Federal Open Market Committee. Waller ha indicato che, in presenza di ulteriori progressi verso l’obiettivo del 2%, sarebbe disposto a sostenere il mantenimento dei tassi al livello attuale. Se invece l’inflazione dovesse sorprendere al rialzo, il governatore prenderebbe in considerazione una stretta.
La sua posizione conferma che la Fed non considera ancora concluso il confronto sull’inflazione. Waller ha osservato che i prezzi restano significativamente sopra il target ufficiale e che i tassi, pur frenando la domanda, risultano soltanto moderatamente restrittivi. Questo significa che anche una riaccelerazione relativamente contenuta dell’inflazione potrebbe modificare il suo orientamento.
Il messaggio è quindi condizionale, non definitivo. Waller non ha escluso il rialzo e non ha descritto la pausa come lo scenario ormai acquisito. Ha però riconosciuto che i dati più recenti mostrano segnali di disinflazione sufficienti per giustificare un atteggiamento attendista, almeno se il rapporto sul CPI confermerà questa direzione.
Perché il messaggio pesa sul dollaro
Il mercato valutario tende a reagire soprattutto alla differenza tra i tassi attesi negli Stati Uniti e quelli delle altre principali economie. Quando gli investitori scommettono su una Fed più aggressiva, i rendimenti americani salgono e gli asset denominati in dollari diventano relativamente più attraenti. Se invece diminuisce la probabilità di un rialzo, il vantaggio del dollaro può ridursi, soprattutto contro euro e yen.
È quanto si è visto nella seduta del 3 settembre, quando le parole di Waller hanno raffreddato le aspettative di una stretta immediata e favorito un calo dei rendimenti obbligazionari statunitensi. I future azionari e gli indici di Wall Street hanno reagito positivamente all’ipotesi di una Fed più paziente, mentre sul mercato valutario il biglietto verde ha perso parte del sostegno accumulato nelle sedute precedenti.
Il movimento, tuttavia, non equivale all’avvio di una nuova fase strutturale di debolezza del dollaro. La valuta statunitense resta sostenuta dalla domanda di beni rifugio legata alle tensioni geopolitiche e dalla possibilità che l’inflazione si dimostri più persistente. Il 2 settembre il dollaro si era mantenuto vicino ai massimi delle due settimane precedenti, mentre l’aumento del prezzo del petrolio aveva riacceso i timori su una possibile pressione inflazionistica globale.
Una Fed divisa davanti a settembre
Il messaggio di Waller si inserisce in un quadro di forte incertezza all’interno della banca centrale. Il presidente Kevin Warsh aveva recentemente segnalato che l’inflazione non aveva mostrato miglioramenti sufficienti e che la Fed potrebbe avere ancora lavoro da svolgere. Le sue dichiarazioni avevano rafforzato le aspettative di un rialzo e contribuito all’aumento dei rendimenti dei Treasury.
Waller ha invece fornito una lettura più dipendente dai dati. La differenza non indica necessariamente una contrapposizione formale, ma mostra quanto la decisione di settembre sia esposta a variazioni nelle statistiche sull’inflazione e sul mercato del lavoro. Gli operatori dovranno quindi valutare non soltanto il livello del CPI, ma anche la composizione del dato, con particolare attenzione ai servizi e alle componenti più persistenti.
La riunione del 15-16 settembre si presenta così come una delle più incerte dell’anno. Una sorpresa positiva sul fronte dei prezzi potrebbe rafforzare lo scenario di una pausa e indebolire ulteriormente il dollaro attraverso il calo dei rendimenti. Un dato superiore alle attese avrebbe invece l’effetto opposto: maggiore pressione sui Treasury, aumento delle probabilità di rialzo e possibile recupero del biglietto verde.
Il rischio petrolio complica la lettura
La valutazione della Fed è resa più complessa dall’aumento del prezzo del petrolio e dalle tensioni in Medio Oriente. L’energia può alimentare direttamente l’inflazione e, allo stesso tempo, ridurre il potere d’acquisto delle famiglie. Per la banca centrale il problema è distinguere tra uno shock temporaneo e un fenomeno capace di trasferirsi ai salari, ai servizi e alle aspettative di inflazione.
Per il dollaro, il petrolio rappresenta un fattore ambivalente. Da un lato, una nuova fiammata dei prezzi energetici può rafforzare le aspettative di una Fed più restrittiva e sostenere i rendimenti americani. Dall’altro, l’aggravarsi del rischio geopolitico può alimentare acquisti di beni rifugio, favorendo il dollaro indipendentemente dalle prospettive sui tassi. La direzione della valuta dipenderà quindi dall’equilibrio tra premio monetario e domanda difensiva.
Il calendario dei prossimi giorni
Il rapporto sul CPI dell’11 settembre sarà il principale appuntamento per il dollaro prima della riunione della Fed. Prima di allora, anche i dati sul mercato del lavoro e gli interventi degli altri banchieri centrali potranno modificare le aspettative, ma l’inflazione resterà il vero spartiacque.
La novità introdotta da Waller è che il rialzo di settembre non può più essere considerato uno scenario scontato. La Fed conserva un orientamento pronto a intervenire, ma la soglia per una nuova stretta dipenderà dalla conferma o meno del rallentamento dei prezzi. Per gli investitori, questo significa una maggiore sensibilità del dollaro a ogni sorpresa macroeconomica e un possibile aumento della volatilità sui cambi nelle giornate che precederanno il CPI.


