Il dollaro è tornato a rafforzarsi mercoledì 26 agosto dopo la pubblicazione del nuovo rapporto sull’inflazione statunitense. L’indice dei prezzi per le spese personali dei consumatori, il cosiddetto PCE, è aumentato del 3,7% nei dodici mesi terminati a luglio, mantenendosi sul livello di giugno ma superando la previsione del 3,6%. Su base mensile, l’incremento è stato dello 0,2%, contro un’attesa dello 0,1%.
Il dato ha fornito un sostegno al biglietto verde perché, pur non rappresentando una nuova accelerazione su base annua, conferma la difficoltà dell’inflazione statunitense a rientrare verso l’obiettivo della Federal Reserve. Il dollaro index, secondo le rilevazioni riportate nel pomeriggio, è salito dello 0,21% a 99,12 punti, con l’euro in calo dello 0,16% a 1,1655 dollari e il cambio dollaro-yen in rialzo a 159,34 yen.
Il PCE headline supera le attese
Il rapporto pubblicato dal Bureau of Economic Analysis mostra un quadro più complesso rispetto alla sola variazione annuale. L’indice PCE complessivo è cresciuto dello 0,2% rispetto a giugno, dopo il calo dello 0,1% registrato nel mese precedente. L’indice depurato da alimentari ed energia, seguito con particolare attenzione dalla Fed, è aumentato anch’esso dello 0,2% su base mensile e del 3,3% su base annua.
Il core PCE è quindi rimasto invariato rispetto al mese precedente in termini annuali, ma continua a collocarsi nettamente sopra il target del 2% perseguito dalla banca centrale americana. Il dato di fondo non ha sorpreso il mercato, ma non ha neppure fornito l’allentamento necessario per alimentare con forza l’ipotesi di una politica monetaria più accomodante.
La combinazione tra un indice headline più alto delle attese e un’inflazione core ancora elevata spiega la reazione iniziale del mercato valutario. Il rapporto non obbliga la Fed a un rialzo immediato, ma rende più difficile sostenere che l’inflazione stia ormai convergendo rapidamente verso la stabilità dei prezzi.
Redditi e consumi mostrano un’economia ancora resistente
Il rapporto del BEA contiene anche indicazioni sulla tenuta della domanda interna. Il reddito personale è aumentato di 115,1 miliardi di dollari a luglio, pari allo 0,4% su base mensile. Il reddito personale disponibile è cresciuto di 125,9 miliardi, ovvero dello 0,5%, mentre la spesa per consumi personali è aumentata di 36,3 miliardi, pari allo 0,2%.
La crescita dei consumi nominali è stata sostenuta soprattutto dai servizi, la cui spesa è aumentata di 86,2 miliardi. Al contrario, la spesa per beni è diminuita di 49,9 miliardi. In termini reali, il PCE è rimasto sostanzialmente fermo a luglio, con un incremento inferiore allo 0,1%.
Questo dettaglio è importante per il dollaro perché descrive un’economia che non sta ancora mostrando un cedimento netto della domanda, ma nella quale la crescita reale dei consumi appare molto più contenuta rispetto al dato nominale. Una parte dell’aumento della spesa, infatti, riflette il livello dei prezzi anziché un’espansione significativa dei volumi acquistati dalle famiglie.
Il tasso di risparmio personale è sceso al 3%, un livello che segnala una certa pressione sui bilanci familiari. Anche questo elemento introduce un limite alla lettura positiva del rapporto: i consumatori continuano a spendere, ma lo fanno con una capacità di risparmio ridotta e in un contesto di inflazione ancora superiore all’obiettivo della Fed.
Le aspettative sui tassi tornano a sostenere il biglietto verde
La reazione del dollaro riflette soprattutto l’aggiustamento delle aspettative sui tassi. Un’inflazione PCE più alta del previsto tende a rafforzare l’idea che la Federal Reserve debba mantenere una posizione restrittiva più a lungo. In questo scenario, i rendimenti dei Treasury diventano relativamente più interessanti per gli investitori internazionali e il dollaro può beneficiare del differenziale di rendimento rispetto alle altre principali economie.
La lettura, tuttavia, non è sufficiente per parlare di un cambio di direzione definitivo. Il core PCE è risultato in linea con le attese e l’economia mostra anche segnali di moderazione. Il secondo dato sul prodotto interno lordo del secondo trimestre, pubblicato nella stessa giornata, ha confermato una crescita reale annualizzata dell’1,5%, inferiore al 2,1% del primo trimestre. La domanda privata resta dunque sostenuta, ma il ritmo complessivo dell’espansione è meno brillante rispetto all’inizio dell’anno.
Per questa ragione, il movimento del dollaro deve essere interpretato come una risposta al rischio di una Fed meno disponibile a tagliare i tassi, non come la prova dell’avvio di un nuovo ciclo rialzista. I dati di luglio aumentano la cautela, ma non eliminano la necessità di osservare occupazione, consumi reali e prossime letture sull’inflazione.
Jackson Hole diventa il prossimo appuntamento chiave
Il rapporto arriva a ridosso del simposio di Jackson Hole, in programma questa settimana, dove il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh terrà il discorso principale il 28 agosto. Dopo settimane caratterizzate da segnali contrastanti sulla crescita e sui prezzi, il mercato cercherà indicazioni sulla soglia di tolleranza della banca centrale rispetto all’inflazione e sul ruolo dei dati recenti nelle decisioni del Federal Open Market Committee.
Il PCE di luglio rende più difficile una comunicazione apertamente accomodante. Allo stesso tempo, la debolezza del PCE reale e il rallentamento del PIL impediscono una lettura univoca in senso restrittivo. La Fed si trova quindi davanti al consueto equilibrio tra due rischi: mantenere i tassi elevati troppo a lungo e indebolire la crescita, oppure allentare prematuramente la politica monetaria mentre l’inflazione resta lontana dal 2%.
Per il dollaro, la conseguenza più probabile nel breve periodo è un mercato ancora volatile e sensibile ai dati. Il rialzo di mercoledì mostra che gli operatori sono pronti a premiare il biglietto verde quando l’inflazione sorprende verso l’alto, ma la tenuta del movimento dipenderà dalle parole della Fed e dall’evoluzione dei rendimenti obbligazionari. Senza un deterioramento evidente dell’economia o un raffreddamento più marcato dei prezzi, lo spazio per una debolezza strutturale del dollaro potrebbe rimanere limitato nel breve termine.


