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Inflazione

Australia, l’inflazione scende al 3,5% ma il dato core resta fermo: la RBA rischia un nuovo rialzo

Il CPI australiano rallenta a luglio dal 3,8% al 3,5% annuo, ma l’inflazione sottostante resta al 3,6%. Il balzo mensile del trimmed mean e l’aumento dei carburanti riaprono il dibattito…

di Redazione · 26 ago 2026 · 9 letture
Australia, l’inflazione scende al 3,5% ma il dato core resta fermo: la RBA rischia un nuovo rialzo

Il dato headline rallenta, ma la pressione di fondo non si allenta

L’inflazione australiana ha rallentato a luglio, ma il dato non è sufficiente per archiviare il rischio di una nuova stretta monetaria. Secondo i dati pubblicati il 26 agosto 2026 dall’Australian Bureau of Statistics, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 3,5% nei dodici mesi terminati a luglio, in calo rispetto al 3,8% registrato a giugno.

La lettura complessiva è risultata comunque superiore alle attese del mercato, che si aspettava un rallentamento più marcato al 3,3%. Su base mensile, il CPI è cresciuto dell’1%, dopo tre mesi consecutivi di diminuzione. Il risultato conferma quindi un quadro ancora irregolare: l’inflazione annuale sta scendendo, ma la dinamica più recente dei prezzi ha recuperato velocità.

Per la Reserve Bank of Australia, il punto più delicato riguarda l’inflazione sottostante. Il trimmed mean, la misura che riduce l’impatto delle variazioni estreme e che viene osservata dalla banca centrale per valutare le pressioni persistenti, è rimasto al 3,6% annuo per il terzo mese consecutivo. Su base mensile, però, è aumentato dello 0,5%, il ritmo più elevato dell’ultimo anno e ben superiore alle previsioni dello 0,3%.

Carburanti e trasporti spingono il dato di luglio

La componente più evidente della sorpresa è arrivata dai carburanti. I prezzi della benzina sono aumentati del 7,5% nel solo mese di luglio, dopo tre mesi di calo. L’Australian Bureau of Statistics ha collegato il movimento all’aumento dei prezzi mondiali del petrolio e al parziale venir meno delle misure di alleggerimento sull’accisa federale.

Il rimbalzo dei carburanti ha avuto un impatto immediato sulla componente trasporti e ha contribuito a rendere più forte il dato mensile. Il fenomeno ha anche una conseguenza prospettica: se i prezzi energetici dovessero restare elevati, una parte dell’aumento potrebbe trasferirsi gradualmente sui costi logistici, sui servizi e sui beni finali.

Il quadro non è però riconducibile soltanto all’energia. A luglio l’inflazione annua è stata guidata dagli aumenti nel comparto abitativo, cresciuto del 5%, seguito da alimentari e bevande non alcoliche, in aumento del 3,2%, e ricreazione e cultura, salita del 2,6%. La persistenza dei rincari nell’abitazione mantiene elevata la pressione sul bilancio delle famiglie, proprio mentre gli interessi sui mutui restano su livelli restrittivi.

Perché il dato può cambiare la riunione di settembre

La Reserve Bank of Australia ha lasciato il cash rate al 4,35% nella riunione di agosto, dopo tre rialzi effettuati dall’inizio dell’anno. La decisione era stata accompagnata da un messaggio prudente: l’inflazione viene ancora considerata troppo alta e il Consiglio ha segnalato di essere pronto ad agire se le pressioni sui prezzi dovessero dimostrarsi più persistenti del previsto.

Nel suo Statement on Monetary Policy di agosto, la banca centrale aveva previsto che l’inflazione headline sarebbe scesa al 3,6% alla fine del 2026 e che il trimmed mean avrebbe raggiunto il 3,3%. Il dato di luglio mostra invece un’inflazione sottostante ancora al 3,6%, tre decimi sopra quella previsione annuale per la fine dell’anno. Non si tratta di una prova definitiva che imponga un immediato rialzo, ma il margine per attendere si è ridotto.

Prima della pubblicazione, la maggior parte degli economisti prevedeva che la RBA avrebbe mantenuto i tassi invariati nella riunione di fine settembre. Dopo il dato, le aspettative di mercato hanno iniziato a incorporare una probabilità più alta di un intervento. Le stime riportate da Reuters indicavano un aumento della probabilità di rialzo nel mese di settembre dal 17% al 27%, mentre un rialzo entro febbraio 2027 veniva prezzato con una probabilità intorno all’80%.

La riunione di settembre non è quindi automaticamente destinata a produrre un rialzo, ma è diventata più sensibile ai prossimi dati su lavoro, consumi, salari e prezzi. La banca centrale dovrà decidere se considerare l’accelerazione mensile del trimmed mean come un segnale temporaneo oppure come la conferma che la disinflazione si è bloccata.

Il dilemma tra inflazione e crescita

La difficoltà per la RBA nasce dal fatto che l’economia australiana mostra contemporaneamente segnali di rallentamento e pressioni sui prezzi ancora elevate. Il mercato del lavoro si è indebolito rispetto ai mesi precedenti, con il tasso di disoccupazione al 4,5% a luglio, mentre la domanda interna ha perso parte dello slancio. Allo stesso tempo, la banca centrale ritiene che l’economia continui a operare con vincoli di capacità e che la crescita della produttività resti debole.

Un nuovo rialzo dei tassi potrebbe contribuire a raffreddare la domanda e a impedire che l’inflazione sottostante si stabilizzi sopra l’obiettivo del 2-3%. Ma avrebbe anche un costo per famiglie indebitate e imprese, soprattutto in un Paese in cui le rate dei mutui assorbono una quota significativa del reddito disponibile.

La RBA aveva già indicato che l’inflazione non dovrebbe tornare al punto centrale del target prima dell’inizio del 2028. Il dato di luglio non modifica da solo questa previsione, ma rende più credibile lo scenario di una politica monetaria restrittiva più a lungo. Per i mercati, la conseguenza immediata è una curva dei tassi più esposta a sorprese rialziste e un sostegno potenziale per il dollaro australiano.

Le implicazioni per i mercati globali

La notizia riguarda direttamente l’Australia, ma ha rilievo anche per gli investitori internazionali. Un’inflazione core persistente rafforza l’idea che le banche centrali dei Paesi avanzati non possano procedere in modo sincronizzato verso tagli dei tassi. Le pressioni energetiche e il trasferimento dei costi lungo le catene produttive continuano infatti a creare un rischio comune, anche se con intensità diversa da Paese a Paese.

Per gli asset rischiosi, tassi australiani più elevati possono aumentare il costo globale del denaro e sostenere il dollaro locale, con effetti sui flussi verso le materie prime e sui mercati dell’area Asia-Pacifico. Per le criptovalute e gli altri asset sensibili alla liquidità, il dato rappresenta soprattutto un promemoria: la disinflazione non è lineare e ogni sorpresa sui prezzi può ritardare l’allentamento monetario.

La lettura più prudente è quindi quella di un miglioramento incompleto. L’inflazione headline è scesa al 3,5%, ma la misura sottostante è rimasta ferma al 3,6% e ha accelerato su base mensile. Saranno i prossimi dati a stabilire se luglio è stato un episodio legato a carburanti e trasporti oppure il segnale di una nuova fase di maggiore resistenza dell’inflazione australiana.

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